Siamo lieti di comunicarVi la recente pubblicazione, da parte dell'editore Montagnoli di Roma, del volume di Roberto Borio di Tigliole, Ritorno al Monferrato, delle famiglie Borio ed alleate (tra le quali i Maffeis d'Orzinuovi), Roma 2013, che ripropone il contenuto rielaborato del presente sito.

PRESENTAZIONE

PRESENTAZIONE

Si ringraziano i principali artefici dell’evoluzione, sicuramente non ancora terminata, della ricerca storica qui riportata, ossia: per l’aiuto offerto in tanti anni la Professoresse Maria Carlotta Bragadina; il Dottor Silvano Cerrato, di Tigliole, fine cultore di storia locale; per la parte genealogica e anagrafica il Nobile Dottor Decio Corniani, che ha ricostruito la genealogia Maffeis sino al 1420, ed il Nobile Commendatore Mario Coda, attento e meticoloso storico e genealogista di fama nazionale; la Dottoressa Graziana Bolengo, Direttore dell’Archivio di Stato di Biella e la Dottoressa Elena Rizzato del medesimo Archivio; la Dottoressa Anna Bosazza, della Biblioteca Civica di Biella e l’Architetto Pier Giorgio Zanotti, per tanti anni Presidente della Confraternita della Ss. Trinità di Biella, di cui conosce tutte le vicende storiche sin dalla sua fondazione.

 

Capitolo I LE ORIGINI DELLA FAMIGLIA

Capitolo I LE ORIGINI DELLA FAMIGLIA

Per ritrovare le remotissime origini della famiglia Borio dobbiamo considerare le terre di più risalente concentrazione di questo cognome in Piemonte, ossia la zona tra il Monferrato e le Langhe. Nei secoli prima di Cristo vivevano in tutte le Alpi Occidentali i Liguri, a cui si aggiunsero, dopo il V Secolo a.C., i Galli o Celti. In particolare, tra Alba, Asti e la Valle del Tanaro (ossia proprio tra il Monferrato e le Langhe) si stanziò la tribù celtica dei Buriates o Eburiates, che fondarono il villaggio di Burio, ora una piccola frazione di Costigliole d’Asti, ma a quei tempi la loro “capitale”. Sempre a pochi chilometri da Costigliole si ritrovano, inoltre, Borio frazione di Barbaresco (verso Alba) e Burio frazione di Moasca (verso Nizza Monferrato). Continuando, nei pressi di Mondovì, come ci dice l’Amato Amati[1], si ritrovano Borio frazione di Lesegno e Borio frazione di Montaldo, mentre in posizione più decentrata si ha Casaleggio Borio (alias Boiro) in provincia di Alessandria. Tutte queste località, o parte di esse, potrebbero avere tratto il loro nome dai Buriates, come Burio di Costigliole (ma l’ipotesi è assai improbabile essendo tutti insediamenti di formazione molto più recente rispetto al periodo celtico), oppure dal sostantivo occitano “bòrio” che significa “casa rurale” o “maniero”[2]. Tuttavia sembra più verosimile che esse abbiano assunto la loro denominazione da dei Borio stanziatisi nei loro territori; tale fenomeno risulta molto diffuso soprattutto nei periodi più risalenti: un piccolo insediamento (come lo sono tutti quelli sopra citati) prendeva il nome dalla principale e più numerosa famiglia che lo abitava (come le località Borio di Ronco, Borio di Sezzadio, Bricco dei Borio di Costigliole e Bori di Novello). Infatti, in tali zone il cognome Borio è presente sin da antichissima data, come ci conferma il noto studioso monferrino Aldo di Ricaldone, che scrive “Ma esistette ed esiste tuttora, validamente rappresentata, la famiglia Borio...di nobiltà feudale che tenne parecchi castelli nell’astigiano e nell’alessandrino[3]. Infatti la casata risulta avere la signoria di Sezzè (oggi Sezzadio) addirittura nel secolo XI (ove ancora attualmente una località porta il nome Borio) e sin da tempi remoti risulta distinguersi in vari borghi dell’astigiano e dell’albese, quali, per l’appunto, Costigliole d’Asti, Villanova d’Asti e Novello.

 

Altro luogo in cui si trova ab immemorabile la presenza del cognome Borio è la città di Torino. Membri della famiglia sono citati nel Consiglio di Credenza di Torino sin dal 1149[4], essi appartenevano ad un ceto dominante, una sorta di patriziato locale che, legato al vescovo da vincoli vassallatici, occupavano i posti chiave nelle amministrazioni civili e religiose, possedevano il suolo urbano, beni nel distretto torinese e traevano dalla terra e dalle case buoni redditi, con cui controllare la finanza civile ed una pluralità di attività economiche. Torino ai suoi albori era un piccolo villaggio alla confluenza tra il Po ela Dora e presso lo sbocco della Valle di Susa. La zona era abitata dai Taurini, popolo che nasceva proprio dalla fusione tra i Liguri ed i Galli. Ora, non possiamo sapere se i Borio torinesi fossero autoctoni o provenissero dalle regioni sud-occidentali del Piemonte, ma sicuramente questo cognome appare sempre in qualche modo legato a luoghi d’insediamento dell’antico popolo dei Liguri e dei Celti.

 

Considerato quanto sopra esposto, è verosimile ritenere che il cognome in questione fosse un toponimo, ossia potrebbe essere stato assunto da vari nuclei famigliari, probabilmente imparentati tra loro, provenienti da una località denominata “Borio” o “Burio” corrispondente ad uno dei territori sopra considerati. A sostegno di ciò risulta anche l’antica forma del cognome che, solitamente, appare al genitivo che potremmo definire “di provenienza” (tradotta in italiano preceduta dalla particella “di”[5]) e spesso scritta come “Burio” (si vedano i vari atti anagrafici più risalenti, particolarmente in Costigliole e Novello); considerata l’estrema antichità del cognome si spiega anche la significativa diramazione della famiglia in varie zone del Piemonte.

 

Ma possiamo andare oltre nell’analisi dell’origine della famiglia, per arrivare a conclusioni eccezionali ed assai verosimili. Don Paolo Prunotto in un suo recente studio storico su Costigliole d’Asti [6], in merito ai Borio di quel luogo, di cui si scriverà abbondantemente nel capitolo seguente, riporta quanto segue: “[omissis].Sembra, da documenti antichi risalenti almeno al XIII secolo, che esponenti di tale famiglia [Borio] dimorassero già all’epoca nel territorio del nostro Comune (nel patto di fedeltà tra gli abitanti del nostro paese a la città di Asti datato 13 luglio 1198, tra i nomi dei personaggi abbienti che giurarono fedeltà compare un tale Guglielmo dei Burri, cognome in cui sembra possa ravvisarsi un esponente di tale famiglia) [omissis]”. Dunque questo Guglielmo dei Burri potrebbe essere il capostipite dei Borio di Costigliole; egli proveniva dalla castellania di Burio di Costigliole. Considerato il periodo assai risalente, non è del tutto azzardato ritenere che questo Guglielmo fosse i capostipite di tutti i Borio e avesse sangue di quella tribù celtica, probabilmente mescolato a qualche gene romano. Senza dover scomodare la mitologia o ricorrere a fantasiose ricostruzioni storiche, come accadde per grandi e nobilissime famiglie che vollero fare risalire a tempi remotissimi le proprie origine, ecco che i Borio possono ritrovare le proprie radici, con una certo verosimiglianza, in quella castellania di Burio e, perché no, magari con qualche goccia di sangue di quella tribù celtica.

 

Altra ipotesi sull’origine del cognome sarebbe, invece, che esso sia in realtà un patronimico, derivante dal nome proprio latino “Borius” oppure “Boverio”; quest’ultimo nome, che divenne poi anche un cognome tipico di quelle zone, appare nella famiglia aleramica dei Del Vasto, signori proprio delle terre di primordiale origine della famiglia (ossia Agliano, Loreto, Burio etc., si veda il capitolo sui Borio di Villanova).

 

Comunque sia, si può tranquillamente affermare che già alla fine dell’300 la famiglia poteva essere raggruppata in due ceppi principali, ossia: quello di Costigliole, che probabilmente, data l’antichità (ante 1198, come detto) rappresenta il nucleo originario di tutti i Borio e che si diramò sicuramente a Tigliole e, poi, nelle Langhe, ossia a Novello e da li a Niella Tanaro, Bene Vagenna, Cavallermaggiore e Marene (con lo stemma di rosso al gallo d’oro posto su di un monte di tre cime di verde) e quello di Villanova d’Asti (di cui si hanno notizie dalla metà del 1300) che si diramò sicuramente in Moncalieri, Chieri, Andezeno, Pecetto e Carmagnola, della cui città vari esponenti furono più volte sindaci[7] (con lo stemma d’azzurro alla banda d’argento caricata da un leone di nero lampassato di rosso). E’ bene sottolineare che tutte le principali località sopra indicate, ed in particolare Costigliole, Tigliole, Novello, Bene Vagenna, Niella Tanaro e Villanova sono situate in un raggio geografico massimo di trentacinque chilometri; considerando, pertanto, la vicinanza e l’antichità del cognome, si può ritenere che tutti i rami possano avere, molto verosimilmente, una comune origine.

 

Rimangono esclusi dalla suddetta “mappatura”, poiché di pressoché impossibile collocazione, data l’antichità del periodo, i Borio di Torino, presenti in città prima del 1149, come detto, ed i Borio del Canavese (Vialfrè, Ciriè e Balangero). Infine, si riscontra una famiglia antichissima autoctona di Ronco di Cossato, di cui una contrada porta ancora il nome Borio, che si diramò poi nel Biellese (Biella e Gaglianico, ove i fratelli Giovanni Battista, Giacomo e Giovanni Borio vengono infeudati di beni feudali il 23 agosto 1692).

 

In Vialfrè risultano antichissimi abitanti, da li, probabilmente si diramano a Ciriè, ove appaiono tra le principali famiglie e siedono nel Consiglio di Credenza almeno dal 1391[8], forse nella persona stessa di quel Bertino castellano di Balangero alla fine dell’300 (Ciriè e Balangero distano solo otto chilometri). Giovannino Borio acquista nel 1580 alcune terre feudali alla Pié di San Carlo (Ciriè) e ne viene investito tardivamente nel 1602[9]. Come ci ricorda una lapide datata 10 dicembre 1647 nell’antica sacrestia di S. Giuseppe in Ciriè, i coniugi D. D. Giuseppe e Genta Borio provvedono aere proprio alla decorazione della nuova chiesa fondando un legato con l’onere della celebrazione di un funerale in loro suffragio e di una messa mensile ed in perpetuo (che si celebra ancora oggi). Gli stessi coniugi, infine, donarono alcune terre alla Parrocchia site sempre in S. Carlo, località S. Luca, che furono vendute solamente nel 1973[10].

 

A Marene, allora nel territorio di Savigliano, appaiono cospicui. Si ricorda Vincenzo (n. 1580 circa) di Giovanni (n. 1540 circa), che, in occasione delle nozze della figlia Maria con il Nobile Giovan Battista di Chiaffredo Testa di Savigliano, costituisce il 21 aprile 1623 una dote di 600 fiorini ed alcuni gioielli ed indumenti alquanto preziosi[11]. Un altro Vincenzo, causidico, il 9 luglio 1700 risulta procuratore in Casale del Monastero della Visitazione di S. Maria di Torino[12].

 

A Bene Vagenna si deve ricordare in particolar modo il Signor “Mareschiale” Giovanni Domenico Borio di Gualino, mareschiale della compagnia del signor conte Todesco, ferito da una moschettata durante l’assedio di Valenza del 1641, al quale il Duca concesse Lire 600 in riconoscimento dei suoi servizi[13] ed al quale la Duchessa di Savoia concesse un vitalizio al termine della sua carriera per “longa fedele servitù” con patente del 30 gennaio 1677[14]. Altro Giovanni Domenico, forse di Bene oppure di Costigliole, risulta nominato “aiutante del maggiore della città di Asti” con patenti del 30 novembre 1690 della Duchessa Anna di Savoia-Orleans[15].

 

A Villanova d’Asti fiorirono in particolar modo. Di questa famiglia se ne darà di seguito una genealogia, sebbene parziale. Si pensa, data l’estrema vicinanza geografica, che anche i Borio di Andezeno e di Chieri, paese confinante con Villanova, appartengano allo stesso ceppo. In particolare i Borio di Chieri tentarono senza successo un consegnamento d’arma il 5 maggio 1580 nelle persone di Messer Giovanni e di Messer Giovanni Battista Borio, alfiere di Milizie, ma di uno stemma diverso rispetto a quella dei Borio di Villanova e Moncalieri (ossia “un bufalo”) e che, nel verbale del consegnamento, viene detto come spedito da Milano[16]. Inoltre, si ha notizie di una Madonna Maria del fu Messer Michele Bori di Chieri vedova prima del fu Pietrino Bertola, et in secondo del fu Messer Gianni Corbella con casa propria a Torino nel Borgo di Po[17]. Questa famiglia di Chieri, in verità, anche se trascritta come “Borio” nei consegnamenti, potrebbe essere un ramo della famiglia Bori o Borri di Milano, della quale un altro ramo piemontese, detto Burri o de Burris, aveva la signoria di Vespolate, con il medesimo stemma d’argento al bue passante di nero.


 

 

[1] Cfr. “Dizionario corografico dell'Italia / compilato per cura del prof. Amato Amati ; col concorso dei sindaci, delle rappresentanze provinciali e di insigni geografi e storici”, Milano 1868;

[2] Cfr. Cristhian Lassure, “La terminologie provençale des édificies en pierre sèche: mythes savants et réalites populaires”, in “L’architecture rurale”, Tomo III, Paris 1979 ;

[3] Cfr. Aldo di Ricaldone, “Stemmario Comunale dell’Alto Monferrato e della Diocesi di Acqui”, Acqui Terme 1994, p. 86;

[4] Cfr. G. Mola di Nomaglio, Le grandi famiglie, in Storia Illustrata di Torino, Il Tempo e La Città 11/155, Torino 1994, pag. 3082; “Storia di Torino, Vol. I, dalla preistoria al Comune medievale” a cura di Giuseppe Sergi, Einaudi, Torino 1997;

[5] La famiglia torinese-tigliolese Pansoya di Borio unì alla fine del 1800 al proprio cognome Pansoya quello materno Borio (di Tigliole) nella sua antica forma preceduta dal “di”. Tale scelta sollevò l’osservazione del grande genealogista piemontese barone Antonio Manno che nella sua opera omnia “Il Patriziato Subalpino” (ad vocem Pansoia, ed. on line a cura di VIVANT, www.vivant.it) male commentò l’aggiunta del cognome come “indebitamente troppo usato in predicato”;

[6] Cfr. P. Prunotto, “Le antiche associazioni religiose di Costigliole d’Asti”, Costigliole d’Asti 2002, p. 131;

[7]  Cfr. N. Ghietti, Memorie Araldiche della città di Carmagnola, editore Capricorno edizione 2006;

[8] Cfr. A. Bertolotti, Passeggiate nel Canavese, Ivrea 1878, ad vocem Ciriè p. 16;

[9] AS To, Inv. 16, scritture della città di Torino, 1750, p. 130 fasc. 6 La Piè;

[10] Cfr. A. Sismonda G. Genero, La Chiesa di S. Giuseppe, Ciriè 1989, p. 2;

[11] AS To, paesi A e B, Inv. 177.13, Macelo Monasterolo, p. 49 fasc. 4 Marene;

[12] As To, Inv. 42, scritture attinenti le province del Monferrato, p. 191 fasc. 4.11 Bubbio;

[13] AS To, Patenti Controllo Finanze, Giovanni Domenico Borio Registro 1658, fol. 12;

[14] AS To, Patenti Controllo Finanze, Giovanni Domenico Borio Registro 1677, fol. 34;

[15] AS To, Patenti Controllo Finanze, Giovanni Domenico Borio Registro 1690, fol. 183;

[16] Cfr. E Genta, G. Mola di Nomaglio, M. Rebuffo, A. Scordo, I consegnamenti d’arme piemontesi, Torino 2000, ad vocem Borio, consegnamenti 1580;

[17] AS TO 1660 dicembre 24: Borij "Credito di Gio. Dom.co Benione da Maria Borij Bertola, Corbella e quitta da Steffano Borgnetto"  L. 3/1661/carta 373;

Capitolo II I BORIO di BURIO e COSTIGLIOLE

Capitolo II I BORIO di BURIO e COSTIGLIOLE

Sui Borio di Costigliole d’Asti i già citati studi di Don Paolo Prunotto[1] hanno permesso di chiarire molti aspetti e hanno praticamente confermato la comune origine dei due rami di Costigliole e Tigliole. Ritengo opportuno in questa sede trascrivere buona parte del capitolo della suddetta opera dedicato ai Borio:

 

“La famiglia Borio, che aveva cappella proprio nella precedente parrocchiale [di Costigliole], è una tra le più antiche e cospicue famiglie in Costigliole. Sembra, da documenti antichi risalenti almeno al XIII secolo, che esponenti di tale famiglia dimorassero già all’epoca nel territorio del nostro Comune (nel patto di fedeltà tra gli abitanti del nostro paese a la città di Asti datato 13 luglio 1198, tra i nomi dei personaggi abbienti che giurarono fedeltà compare un tale Guglielmo dei Burri, cognome in cui sembra possa ravvisarsi un esponente di tale famiglia). Ma fu durante il XVII e XVIII secolo che i Borio raggiunsero il loro massimo splendore al punto d’essere annoverati tra la nobiltà Costigliolese. Possiamo con sicurezza affermare che, nel corso di ben tre secoli, la famiglia Borio fu la famiglia dei notai in Costigliole. Molti ricoprirono quella prestigiosa e remunerativa carica; citiamo come esempi i notai Secondo, Giovanni Antonio, Secondo Francesco, Fabio Giovanni, Giovanni Tommaso, Giovanni Domenico (vissuti tutti nel XVII secolo); Bartolomeo, Giovanni Secondo, Giovanni Tommaso, Giovanni Lorenzo, Giuseppe Antonio e Filippo che svolsero la professione durante il Settecento. Alla fine del XVII secolo, Caterina, figlia del pittore Secondo Arellano, andò sposa a Pietro Dionisio Borio di Villanova d’Asti (come si è detto a suo luogo)....omissis...Diversi altri esponenti dei Borio, intrapresi gli studi teologici, divennero sacerdoti e cappellani, soprattutto in Costigliole. Tra i sacerdoti più benemeriti vanno ricordati Francesco Bernardino vissuto intorno al 1650, Giulio Cesare attivo sul finire del 1600, Gabriele e Francesco operanti intorno al 1750, Domenico, Giovanni Battista e Giuseppe (quest’ultimo parroco di San Secondo d’Asti) sacerdoti durante il XIX secolo. Altri della famiglia Borio, oltre ad avere avuto il titolo di nobile, furono eletti priori delle compagnie parrocchiali e delle confraternite del paese, soprattutto della confraternita della Misericordia. Un Giovanni Borio (il personaggio di spicco della famiglia), capitano d’artiglieria del re di Savoia, sposò intorno al 1620 Eleonora, figlia di Michele Asinari dei signori feudatari di Costigliole. Tale Eleonora risulta essere la fondatrice (documento del 1631), della cappellania di patronato Borio nella parrocchiale. Quest’ultima cappella, fatta erigere tra il 1632 e il 1635 nella navata destra della precedente chiesa, tra le cappelle dello Spirito Santo e di Santa Croce, venne presto abbellita ed arricchita di beni. La cappella, dedicata ai Santi Giovanni Battista e Caterina d’Alessandria, possedeva, in origine, per icona una tavola dipinta con la Vergine avente Cristo morto sulle ginocchia e ai lati i Santi Titolari. Il documento del 1631 imponeva la celebrazione all’altare di tre messe settimanali (martedì, giovedì e venerdì), per adempiere le quali il capitale della cappella poteva contare sul finire del XVII secolo su una rendita annuale di circa 200 libre d’argento di Savoia, ricavato da un cospicuo beneficio in terreni. La famiglia possedeva, inoltre, un proprio sepolcreto sito nella parrocchiale nella navata sinistra presso il fonte battesimale; in tale sepolcreto furono inumati gli esponenti della famiglia per tutto il XVII e XVIII secolo. Vasti possedimenti terrieri appartenevano ai Borio presso la borgata Annunziata nella regione ancor detta: “Bricco dei Borio”; in tale località i fratelli Giacomo, sacerdote, e Giovanni avevano fatto erigere, fin dal 1666, una chiesetta dedicata a Sant’Antonio Abate, convenientemente ornata e provvista di beneficio per la celebrazione delle messe (abbattuta, perchè cadente, nel 1858)...omissis...Gli stessi don Giacomo e Giovanni Borio dotarono di un consistente beneficio l’antica cappella (non più esistente), dedicata a Santo Stefano nei pressi della cascina parrocchiale a Loreto, dopo aver introdotto in essa il culto della Vergine d’Oropa...........omissis.....[per una grazia da questi ricevuta]. Quanto fosse diventata importante la famiglia Borio in Costigliole lo ricaviamo dalla Visita Pastorale del 1719. Negli atti il vescovo Cusani, descritta la cappella nella precedente parrocchiale, segnalava che in essa si poteva scorgere lo stemma di famiglia (di azzurro con una banda d’argento, caricata da un leone di nero lampassato di rosso). Il quadro seicentesco della cappella fu sostituito tra il 1720 e il 1725 con un altro (ancora conservato), fatto dipingere dal celebre pittore Astigiano Giancarlo Aliberti (1670-1727).”

 

L’attestazione di nobiltà dei Borio di Costigliole si trova nelle “Patenti Controllo Finanze” depositate presso l’Archivio di Stato di Torino[2] ove appaiono alcuni membri della famiglia Borio infeudati di beni feudali nel territorio di Costigliole, ossia: il Signor Giovanni Borio (4 agosto 1693), i Nobili Domenico fu Giovanni, Giovanni Antonio, Francesco Antonino, Lorenzo Domenico Giacomo e Carlo Francesco, zio e nipoti Borio (6 agosto 1692 e 11 maggio 1694); il Nobile Enrico Borio (16 maggio 1694).

 

Sulle questioni araldiche, in un secondo momento lo stesso Don Prunotto ha corretto la descrizione dello stemma dei Borio di Costigliole (che aveva fatto corrispondere erroneamente allo stemma dei Borio di Villanova), avendo trovato un documento del 1626 che ne riportava chiaramente la blasonatura, ossia “un monte di tre cime su cui è posato un gallo”[3]. Tale documento riguarda Eleonora del Signor Conte Michele Asinari di Costigliole moglie del Signor capitano Giovanni Borio da Costigliole, il quale aveva dotato la cappella del Santissimo Rosario di Costigliole di patronato Borio con suo testamento del 1599, il che documenta una precedente cappellania in patronato Borio prima di quella di S. Giovanni Battista e Caterina. Tale cappella era ornato da vari stemmi marmorei della famiglia, come sopra descritti. Ciò significa che il blasone in questione era già usato almeno dal secolo XVI. Così come appare lo stemma presenta degli interessanti richiami al blasone di Mondovì (limitrofo a Niella Tanaro ed a Novello) nonché al galletto simbolo del suo territorio (detto monregalese). Questo potrebbe far pensare ad un qualche legame tra i vari rami dei Borio portanti questo blasone ed i due borghi sopra indicati, dal momento che lo stemma non richiama in alcun modo il cognome Borio.

 

Da quanto esposto dal Prunotto si possono trarre importanti deduzioni. In primis, i Borio di Costigliole risultano legati da vincoli di parentele con quelli di Tigliole dal momento che entrambi i rami della famiglia portavamo lo stesso blasone, che è esattamente quello riportato nelle Prove Mauriziane Pansoia 1820, quarto Borio di Tigliole, fascicolo 420. 

 

In più, i due rami risultano legati da vincoli di parentela, ma non tanto per quel nobile notaio ed avvocato Giovanni, tigliolese, del nobile Secondo Borio, e che potrebbe essere uno dei numerosi notai Giovanni – forse Giovanni Domenico - viventi a Costigliole nel secolo XVII e citati da Don Prunotto, oppure un semplice caso di omonimia. Piuttosto la parentela la si deduce abbastanza verosimilmente da quel Giovanni Borio da Costigliole, capitano d’artiglieria già sopra citato. Di lui ci parla anche il Manno[4] scrivendo sugli Asinari Signori di Costigliole: “Michele di Giovanni, fu uomo d’arme del Re di Francia e lasciò una figliuola naturale, Leonora, che fu legittimata (1622), e sposò: 1° Giovanni Borio da Costigliole, capit. nell’artiglieria di S.A.; 2° Alberto Viale.” Ebbene, il medesimo personaggio viene richiamato anche nell’attestato giudiziale di notorietà del 1820 sottoscritto dal Sindaco e dal Consiglio Comunale di Tigliole, allegato al processo per l'ammissione quale cavaliere di giustizia nella Milizia Mauriziana per il nob. Giuseppe Pansoya[5] per il quarto Borio di Tigliole, nel quale attestato si legge “Essere cosa pubblica e notoria che in detta Famiglia [Borio di Tigliole] vi siano stati militari al servizio della Real Casa di Savoja, e particolarmente un Giovanni Capo di Coorte sotto gli ordini del Luogotenente Generale Renato Roero”. Il Capo di Corte poteva essere un capitano d’artiglieria, mentre il generale Renato Roero è quel Renato che fu inter alia Veedore generale delle milizie dal 1607 e che testò nel 1667. Pertanto, per coincidenza di nomi, gradi e date è facile arguire che il Giovanni da Costigliole sia il medesimo citato quale consanguineo dei Borio di Tigliole.

 

Ebbene, come argomentato, dai Borio di Costigliole, probabilmente non estranei a quelli Novello e Niella Tanaro, principiarono nel ‘500 i Borio di Tigliole (feudo papalino che governarono per più generazioni) la cui storia vene qui di seguito esposta attraverso una genealogia commentata.

 

Capitolo III GENEALOGIA DELLA NOBILE FAMIGLIA BORIO di TIGLIOLE[6]

Capitolo III GENEALOGIA DELLA NOBILE FAMIGLIA BORIO di TIGLIOLE[6]

Nel XVI secolo nasce una lunga controversia tra il Vescovo di Asti e quello di Pavia per i possedimenti di Tigliole. Nel 1577 l’ultimo conte di Montafia, signore di Tigliole, muore senza lasciare eredi maschi ed il Papa sequestra il feudo e ne assegna l’amministrazione ad un governatore, un abate. Da quel momento l’intero territorio di Tigliole diviene diretto possesso del Papa, retto da un governatore abate. Gli abati che si sono succeduti nei secoli hanno sempre difeso con fermezza l’autorità papale, la sovranità e l’indipendenza del feudo. Ma nel 1741 Carlo Emanuele III di Savoia ottiene dal Pontefice il vicariato su Tigliole. Con l’ avvento del successore, Vittorio Amedeo III, tutti i privilegi fino ad allora goduti dalla comunità vengono a cessare; anche i tigliolesi vengono assoggettati agli obblighi di tutti gli altri sudditi.

 

Il fatto che Tigliole rimase per quasi due secoli feudo non mediato, permise la nascita di una nobiltà locale, nella quale primeggiarono proprio i Borio, che tennero per più generazioni le cariche di governatore e pretore, esercitarono il notariato e l’avvocature ed assumendo de facto il “predicato di appartenenza” di Tigliole. Già nel ‘500 la famiglia risulta ramificata nel borgo; per esempio, dall’analisi degli atti parrocchiali, si riscontrano un “Egregio” Antonio, sindaco nel 1615, (morto probabilmente nel 1617)[1], un Giacomo ed un Petrino, tutti nati nella metà del ‘500, con discendenza dalla fine del ‘500; qui di seguito, però, è stata tracciata la genealogia del solo ramo di interesse primario per questo studio.

 

I Borio di Tigliole non consegnarono l’arma durante i tre consegnamenti del 1580, 1614 e 1687 perché in quel tempo Tigliole risultava essere enclave pontificia, come già sopra specificato, e, pertanto, esente dalla giurisdizione ducale sabauda e, quindi, dalle prescrizioni di legge riguardanti i consegnamenti stessi. A ogni buon conto lo stemma Borio di Tigliole, miniato nelle prove mauriziane Pansoya, più volte citate, risulta identico a quello dei Borio documentato in Costigliole gìà dal ‘500, come detto.

 

ARMA Borio di Costigliole e Tigliole: di rosso al monte di tre cime di verde su cui è posato un gallo d’oro (alias al naturale).

 

CIMIERO: un gallo nascente d’oro.

 

Ornamenti esteriori: due rami di palma di verde in decusse.

 

MOTTO: VIGILAT QUI MONTES SUPERAT.

 

 

NOME

CENNI BIOGRAFICI

DISCENDENZA

 

 

 

A Secondo, di Giovanni (?, n. 1560 c. di Fabiano n. 1530 c., nobile di Costigliole)

Nato intorno al 1585. Definito "gentiluomo astese" di nobiltà ab immemorabile nelle prove per l'ammissione quale cavaliere di giustizia nella Milizia Mauriziana per il nob. Giuseppe Pansoya, 23 marzo 1820, Archivio Storico Mauriziano, Torino, fascicolo 420.

Si ha ragione di ritenere che questo Secondo fosse il notaio Secondo Borio di Costigliole, figlio del capitano Giovanni Borio di Costigliole (n. 1560 c. testa 1599, figlio di Fabiano) e di Eleonora (n. 1563 m. 1631) di Michele Asinari conte di Costigliole, della cui coppia si è gia abbondantemente scritto. Tale ipotesi, oltre ad esse supportata da quanto già argomentato, viene ulteriormente avalorata dal fatto che nell'albero genealogico allegato alle prove mauriziane Pansoya si trova il Secondo Giuseppe C di cui sotto definito quale "capitano di coorti", mentre in realtà era avvocato. Probabilmente ci fu un errore, volendo invece individuare il capitano Borio in Giovanni. 

 

a) Giovanni, n. 1605 c.

B Giovanni

Nato intorno al 1605. Governatore e Pretore di Tigliole. Definito nobile e notaio inter alia quale testimone nell'atto di matrimonio in Tigliole di Francesco Varese di Frinco con Agnesina Mariotti di Giovanni del 28.11.1629. Sposa 1632 Nob. Margherita Cerrato di Bartolomeo.

Questo ramo possedeva anche un palazzo in Tigliole, vaste terre allodiali  nella contrada di Pocola, della cui chiesa, dedicata a S. Maria, aveva patronato, ed il patronato e sepoltura gentilizia presso l’Altare  dedicato a S. Giuseppe nella rettoria di S. Lorenzo.

 

 

a) Luciana, n. 1633

b) Giovanni, n. 1634

c) Giovanni Antonio, n. 1635

d) Giuseppe, n. 1637, sp. Anna da cui: 1) Giovenale, n. 1667, 2) Giovanni, n. 1677

e) Lucia, n. 1642, sp. 1661 Nob. Giovanni Olmo

f) Pietro, n. 1644

g) Angela, n. 1645

h) Secondo Giuseppe, n. 1648

i) Carlo Antonio, n. 1652

 

C Secondo Giuseppe

N. 1648, m. 1720. Nobile avvocato, Vice-Governatore e Pretore di Tigliole. Sp. Tigliole 1675 Nob. Anna Vachetta di Carlo.

Viene definito "capitano di coorti" nell'albero genealogico allegato alle prove Pansoya, probabilmente confondendolo con il cap. Giovanni di Costigliole, di cui sopra. Infatti negli atti delle prove risulta, invece, avvocato, vice governatore e pretore di Tigliole.

a) Giovanni, n. 1676, m. inf.

b) Giovanni, n. 1677, m. inf.

c) Giovanni, n. 1680

d) Carlo Maria, n. 1681

e) Margherita, n. 1685, sp. Nob. Antonio Tommaso Alberto Formento di S. Damiano d’Asti

 

 

 

D Giovanni

N. 1680. Nobile dottore in utroque jure presso l’Università di Mondovì, avvocato, Vice-Governatore e Pretore di Tigliole. Sp. Nob. Teresa Zappata d’Asti.

a) Secondo Giuseppe, n. 1706

b) Carlo Maria, n. 1707; Priore di Trofarello dal 1762 al 1774

c) Alessandro, n. 1710, m. stesso giorno

d) Maria, n. 1714, sp. Nob. Domenico Genolla

e) Anna, n. 1715

f) Maria Elisabetta, n. 1717, sp. 1744 Nob. Carlo Giuseppe Olmo di Filippo

g) Giovanni Domenico, n.?

 

 

 

 

C d) Carlo Maria

N. Tigliole 1681. Morto Parigi 1764. Nobile dottore in utroque jure presso l’Università di Avignone il 29 maggio 1705; diplomatico, abate ed incaricato d’affari della Nunziatura di Francia nel 1712 e 1719; Cavaliere dell’Ordine del Cristo dall’11 ottobre 1720; Ministro Residente del Duca di Guastalla a Parigi dal 1725 al 1740; creato conte dal Duca di Guastalla nel 1741. Sp. Parigi 1720-21 Marie Francoise f. Alphonse de Tonty barone di Paludy, co-fondatore di Detroit. Sp. II nozz. forse nel 1723 Francoise Gingaud f. Francois, borghese di Parigi.[8]

a) Francoise Marie, n. 1721, m. 28 aprile 1749. Sp. Parigi 13 Apr. 1741 Antoine Joseph de Valter conte di Lutzelbourg, Signore d’Imling.

In occasione delle sue nozze la damigella Leclerc fa dono alla sposa di Lire 40.000 , con riserva di usufrutto. In caso di morte della donataria senza figli l'ammontare della donazione era devoluto al padre di lei. La donataria muore il 28 aprile 1749 mentre la donante muore il nell'agosto 1757. Il "conte di Borio" fa causa per ottenere il dovuto, ma con sentenza della Camera de Ricorsi, confermata il 12 marzo 1759, viene rigettata la sua domanda. (cfr. Raccolta di Diversi Trattati sulle Donazioni tra Vivi, Vol. II, Tipografia Seguin, Napoli 1821, p. 190).

 

 

 

 

E Secondo Giuseppe

N. Tigliole 1706. Nobile avvocato, Pretore e Vice-Governatore di Tigliole. Sp. Paola Rosa del conte Pietro Serra Madio e di Caterina dei conti Quaglino, n.1712 m. 1797.

 

 

Estinzione di questa linea in casa Pansoya, poi Pansoya di Borio.

a) Maria Teresa Serafina, n. 1748, m. 1814. Sp. 1766 Nob. Avv. Carlo Lodovico Pansoya di Baldassarre, decurione di Torino

b) Giovanni Carlo, n. 1749, m. 1750

c) Carlo Giovanni, n. 1751, m. 1752

d) Angela, n. 1754, m. 1837.  Sp. 1782 Nob. Alessio Crista, Comm. Mauriziano, di Pietro Giuseppe, di S. Damiano d'Asti, avvocato e Comm. Mauriziano.

e) Anna, n. 1756

 

[1] Cfr. P. Prunotto, op. cit., pp. 131-132;

[2] AS To, Patenti Controllo Finanze, Registro 1691 in 1692 fol. 244, Registro 1692 in 1693 foll. 227, 228, Registro 1693 in 1694 foll. 172 e 176, Registro 1694 in 1695 fol 32;

[3] Archivio della Diocesi di Pavia, Doc. Aprile 1626, faldone 35;

[4] cfr. A. Manno, op. cit, ad vocem Asinari;

[5] 23 marzo 1820, fasc. 420, Archivio Storico Mauriziano, Torino;

[6] Nelle successive genealogie i riferimenti alle qualificazioni signorili, nobiliari, professionali ed alle proprietà immobiliari sono riportati ai soli fini di una maggiore conoscenza dello status sociale delle Famiglie. Essi derivano dall’esame della parziale documentazione che si è potuto consultare e, pertanto, devono essere considerati a solo titolo esemplificativo;

[7] Cfr. Ragioni della Sede Apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino, Tomo II, Ragioni sopra i Feudi Ecclesiastici nel Piemonte…I Feudi Ecclesiastici dell’Asteggiana, Torino 1732, p. 18

[8] Il titolo di conte di Carlo Maria Borio si pensa fosse stato conferito solo nel 1741, sebbene egli lo usasse, unitamente alla corona comitale, almeno dal 1720, non appena abbandonato il titolo di abate, come documentato dal suo sigillo in una lettera datata 13 marzo 1720 (Archivio Segreto Vaticano, Fondo S.S.-Francia, supplemento XXX); ciò farebbe pensare che tale titolo fosse già in uso nella famiglia in un periodo più risalente. Cfr : Archives Nationales de Paris : cote 01/222 fol. 88, lettere di naturalizzazione del cavaliere Charles Marie Borio datata settembre 1720; cote 01/226 fol. 11, lettere di naturalizzazione del cavaliere Charles Marie Borio datata febbraio 1736; cote Y//305, Insinuation, notaio Gerard Cloude Baptiste, étude CXVII (317, n° 5), contratto di matrimonio tra il cavaliere Charles Marie Borio e la Dama Marie Francoise de Tonty de Paludy datato 23 ottobre 1720; cote Y//70, testamento "le comte de Borio", con codicilli, datato 20 settembre 1752; Fonds MC, cote ET/XCVI/415, 5 giungo 1761, rendita sugli stati di Languedoc per Francoise Gingaud, sposa del conte Charles Marie de Borio; Fonds MC, cote ET/XCVI/415, 1 giungo 1761, rendita sugli stati di Languedoc per Francoise Gingaud, sposa del conte Charles Marie de Borio, quietanza; Fonds MC, cote ET/XLV/514, 16 maggio 1761, quietanza tra il commendatore gerosolimitano Gabriel Briqueville de la Luzerne ed il cavaliere del Cristo Charles Marie de Borio. Achives de Paris: cote D.C. 6/11, fol. 171r°, lettere di naturalizzazione del cavaliere Charles Marie Borio datata settembre 1720; cote D.C. 6/12, fol. 15r°, lettere di naturalizzazione del cavaliere Charles Marie Borio datata febbraio 1736; cote D.C. 6/245 fol. 149v, testamento "le comte de Borio" con codicilli, datato 20 settembre 1752; cote D.C. 6/276 fol. 15, testamento della Dama Francoise Gingaud, vedova del comte de Borio, con codicilli, datato 1777, depositato 27 febbraio 1782. Archives Departementales de Vaucluse-Avignon : reg. D 60, fol. 7 e 7v, dichiarazione di laurea per Carlo Borio, 29 maggio 1705. Ordine Mauriziano, Archivio Storico, Torino: prove di Nobiltà, Vita e Costumi per l’ammissione alla Croce e all’Abito di giustizia dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro a nome del nob. sig. Giuseppe Maria Marcello Pansoya, fasc. n° 420, anno 1820, quarto Borio di Tigliole. Archivio Segreto Vaticano : Fondo S.S.-Francia: voll. 224, 227 e supplemento XXX, tutta la corrispondenza dell'abate Borio dalla Nunziatura di Parigi; Fondo Albani: vol. 154, idem, sulle questioni giansenistiche; Segreteria dei Brevi, vol. 2498, foll. 5, 6r, 7r, 8r, 11v, 12v, nomina di Carlo Maria Borio a cavaliere della Milizia e Ordine del Cristo, breve datato 11 ottobre 1720 e corrispondenza annessa; Fondo S.S. – Particolari: vol. 122 fol. 306; vol. 126 foll. 205-208; vol. 127 foll. 61, 605, 806; vol. 128 foll. 334-335, 338, 502-503; vol. 133 foll. 12, 158, 384-386, 388-391, corrispondenza tra la Comunità di Tigliole, la Santa Sede ed il cavaliere Borio sulle questioni amministrative e finanziarie di Tigliole, dal maggio 1720 all’ottobre 1726. Biblioteca Apostolica Vaticana: Ottob. Lat. 3144, ff. 169r-172v, Istruzione sovra gli affari della nunziatura di Francia lasciata dal card. Gualtieri a mons. Cusani suo successore. Archivio di Stato di Parma: Fondo Gonzaga Guastalla, b. 76, 77, 78, 79 e seg., corrispondenza tra il cavaliere, poi conte, Borio ed il Duca di Guastalla, dal 1725 al 1742. Archivio di Stato di Milano: Feudi Imperiali (Guastalla) - bb. 335 - 336 relative all'anno 1740. Corrispondenza tra il cavalier Carlo Maria Borio, il conte Papini ed il conte Stampa per il pagamento del credito vantato dal primo nei confronti del Ducato di Guastalla. Archivio del Ministero degli Affari Esteri di Francia, Parigi: Fondo Mantova, 46: lettera del Duca Antonio Ferdinando di Guastalla al Re di Francia del 1 luglio 1725; idem 12 ottobre 1725; Fondo Mantova, 47: lettera del Re di Francia al Duca di Guastalla del 12 aprile 1726; lettera del conte di Spilimbergo all’Amelot del 20 gennaio 1735; lettera del cavaliere Borio all’Amelot del 29 ottobre 1735. Bibliothèque Nationale de France : 4-LN27-13205, Tolbiac - Rez de jardin – Magasin Dispaccio inviato da Sua Santità all’Abate Borio, incaricato d’affari della Corte di Roma in Francia, del 9 novembre 1719, per la promozione al cardinalato di Mons. de Mailly; Ms. Joly de Fleury-15, fol. 266, Richelieu - Manuscrits occidentaux - MagasiDispaccio inviato da Sua Santità all’Abate Borio; FOL-LD4-1173, Tolbiac - Rez de jardin - Magasin Dispaccio inviato da Sua Santità all’Abate Borio, incaricato d’affari della Corte di Roma in Francia, del 29 novembre 1729 (rectius 1719), per la promozione al cardinalato di Mons. de Mailly; Ms. Joly de Fleury-15, fol. 266, Richelieu - Manuscrits occidentaux – Magasin Dispaccio inviato da Sua Santità all’Abate Borio, incaricato d’affari della Corte di Roma in Francia, del 29 novembre 1729 (rectius 1719), per la promozione al cardinalato di Mons. de Mailly; 4-LN27-13203, Tolbiac - Rez de jardin – Magasin Dispaccio inviato da Sua Santità all’Abate Borio, incaricato d’affari della Corte di Roma in Francia, del 9 novembre 1719, per la promozione al cardinalato di Mons. de Mailly; FOL-FM-9654, Tolbiac - Rez de jardin – Magasin Pothouin/ Memorie notificate per Pierre Le Roy, consigliere del Re, controllore delle rendite e primo commissario all’ufficio della Guerra, contro il Signor Belanger e il Signor Borio, appellanti la sentenza del Chatelet di Parigi, del 12 febbraio 1726, e contro i signori Dreux e Du Guesclin, intervenienti; Ms. Joly de Fleury-1831, fol. 274, Richelieu - Manuscrits occidentaux – Magasin Clausola del contratto di matrimonio della dlle de Borio con il conte di Luselbourg, anno 1759; Ms. Joly de Fleury-1831, fol. 279, Richelieu - Manuscrits occidentaux – Magasin Doulcet/ Memorie per il Signor de l’Estang, gentiluomo al servizio della Regina e commissarrio ordinario per la Guerra, e consorte, intimato, contro il conte de Borio, appellante; FOL-FM-18777, Tolbiac - Rez de jardin – Magasin Doulcet/ Memorie per i legatari universali della dlle Agnès le Clerc, contro il conte de Borio. Biblicotheque Madiatheque de Metz : M 61-17, Fonds ancien 1 Dispaccio inviato da Sua Santità all’Abate Borio, incaricato d’affari della Corte di Roma in Francia, del 29 novembre 1720 (rectius 1719), per la promozione al cardinalato di Mons. de Mailly. Mediatheque de l’Agglomeration Troyenne (Troyes): H.3146(27)VOL.8, Histoire  Dispaccio inviato da Sua Santità all’Abate Borio del 29 novembre 1720 (rectius 1719). Bibliotheque Municipale d’Amiens : TH 7331 C, Théologie Abbazia di Arhoucave, B. d’, Dispaccio inviato da Sua Santità all’Abate Borio del 29 novembre 1720 (rectius 1719);

LINEA D’ORZINUOVI

LINEA D’ORZINUOVI

Seppure prosperata anch’essa in Novello, come l’omonimo nobile ramo di cui al capitolo che seguirà, questa linea proveniva da Tigliole, e ciò starebbe a dimostrazione dei continuati rapporti famigliari tra i due rami. Giovanni Antonio di Tigliole si trasferì, molto giovane, a Novello ove si sposò con una dama del luogo; di esso, infatti, si hanno gli atti di nascita e morte a Tigliole, mentre a Novello si ritrova solamente il suo matrimonio, il che significa che non abbandonò mai definitivamente il borgo nativo.

 

ARMA: inquartato, nel I e IV di Borio ossia di rosso al monte di tre cime di verde su cui è posato un gallo d’oro (alias al naturale), nel II e III di Gattinara ossia d’azzurro al gatto inferocito d’argento, armato di nero. Sul tutto di Borio antica (Borio di Villanova).

 

CIMIERO: un gallo nascente d’oro.

 

Ornamenti esteriori: due rami di palma di verde in decusse.

 

MOTTO: VIGILAT QUI MONTES SUPERAT.

 

ALIAS: d’azzurro al monte di tre cime di verde sormontato da un stella ad otto raggio d’oro, accompagnata nel secondo cantone da il vento di Borea d’argento.

 

CIMIERO: un gallo nascente d’oro.

 

(Quest’ultimo stemma si pensa possa derivare da una impresa personale forse portata dal Nob. Pietro Antonio Borio dalla seconda metà del 1700).

 

A Giovanni Antonio di Giovanni

N. Tigliole 1635, m. ivi 1686. Sp. a Novello 1654 Anna Maria (n. 1636 m. 1706) di Giovanni Carbonesi, testimoni Enrico Iachello e Dominus Giovanni Antonio del Carretto dei signori di Novello. Qualificato nobile. Sindaco di Novello nel 1681.

 

In un atto parrocchiale di Novello degli anni ’30 dell’600 un Carbonesi viene definito “bononiensis” (bolognese). Risulta singolare il fatto che vi fosse effettivamente una famiglia assai illustre e nobile omonima in Bologna. Il Manno, comunque, cita una Angela Margherita Carbonesi Tettù dei conti di Camburzano (Fossano, vicino a Novello) andata sposta nel 1741 a Carlo Giuseppe Ludovico Balestrero dei conti di Montalenghe[1].

 

a) Giovanna, n. 1655

b) Giovanni Battista, n. 1657

c) Margherita, n. 1660

d) Anna Caterina, n. 1663

e) Antonia Maria, n. 1665

f) Andreina , n. 1666

g) Lucia, n. 1669, madrina Ippolita di Giovanni Antonio del Carretto, signore di Novello

h) Giovenale, n. 1673

 

 

 

A b) Giovanni Battista

N. 1657, padrino Gregorio del Carretto, madrina Maria Caterina di Giovanni di Giovannone Borio. Qualificato nobile. Sindaco di Novello nel 1685. Di lui si conserva nell’archivio di famiglia ad Orzinuovi un documento originale datato 1685.

A) Giuseppe;

B) Silvio, sp. Giovanna, da cui: 1) Giovanni Battista, sp. Clara Maria di Ludovico Pizzorno di Monforte, testa 1758, lega, tra gli altri, alla Confraternita dei Disciplinati, da cui: a) Lucia, b) Ludovico, c) Giuseppe, d) Silvio, e) Francesco;

2) Giuseppe Domenico, sp. Maddalena di Giovanni Borgogna di Barolo, da cui: a) Francesco Antonio, b) Maria e c) Margherita, 3) Michele, 4) Giovanni Antonio

C) Giovanni Domenico, sp. Anna Maria di Giuseppe Zabaldani, testa 1752, lega alla Ven.da Compagnia del Ss. Sacramento e del Rosario ed alla Confraternita dei

Disciplinati, da cui: 1) Giovanni Battista, sp. Maddalena di Giuseppe Ferrero, 2) Giuseppe; 3) Giovanni.

 

 

 

B (A h) Giovenale

N. 1673, m. 1746. Definito sempre “Signore” negli atti notatile che lo riguardano, il che denota il mantenimento in Torino del more nobilium[2]. Si trasferisce in Torino verso la fine del’600, a pochi passi dal Palazzo di Città (il municipio), in una abitazione sita nell’Isola di San Bonaventura (ora isolato delimitato dalle vie Milano, Tasso, Berchet e IV Marzo), probabilmente nella parte distrutta nell’800 per aprire via IV Marzo su Via Milano. Sposa Angela del Signor Luca Giachetto di Rivoli nel 1696 circa.

 

Membro dell’illustre Confraternita di S. Rocco, Morte e Orazione di Torino, di cui è annoverato tra gli officiali sin dal 1699[3], e di altre compagnie (“a differenza delle confraternite, che erano essenzialmente sodalizi di laici guidati spiritualmente dal clero religioso o secolare, le compagnie si configurano come congregazioni di religiosi e nobili, riuniti intorno ad un santo protettore, quasi sempre aggregati ad un altare esistente nella chiesa parrocchiale”[4]).

 

Dispone che il suo corpo venga inumato nel tumolo di detta confraternita, come di fatto avvenne, elargendo elemosine per la presenza alle sue esequie di  ventiquattro orfanelle e dei confratelli a lasciando alle vedova la scelta del numero di messe da celebrare in suffragio della sua anima; a tale proposito fa notare, da buon parsimonioso, che essendo membro di varie compagnie avrebbe già beneficiato della messe di suffragio previste per i confratelli defunti. Lui e la sua famiglia furono tra gli assediati nel grande assedio di Torino del 1706. Di lui si conserva un bel ritratto a palazzo Borio di Orzinuovi.

 

a) Giuseppe Antonio n. 1697, m. inf.

b) Pietro Giovanni n. 1699

c) Giovanni Battista n. 1700

d) Gregorio Felice n. 1702. m. inf.

e) Ignazio Maria n. 1703

f) Francesco Maria n. 1705, m. inf.

g) Giulia Maria n. 1706

h) Carlo Tommaso n. 1708, m. inf.

i) Vittoria Margherita n.1712

l) Gaspare Filippo, n.?, sergente nel Reggimento di Monferrato[5]. Forse poi promosso ufficiale. Morì probabilmente durante la guerra di successione austriaca.

 

 

 

 

 

B b) Pietro Giovanni

N. 1699. Sp. I 1725 Giulia Maria dei Nobili Filippo Antonio e Giovanna Caterina Fetta (Fetia-Fecia?) di Torino (dote 1725); II novembre 1726 c. Clara Maria (m. 1744 c.) del Signor Giuseppe Antonio di Giovanni Domenico Gaffino di Col San Giovanni (dote 4 febbraio 1728 di lire 1.000, testi Martino e Giovanni Tommaso Gaffino, del ramo notarile); mandava i figli a balia a Favria. Uomo che troppo approfittò delle finanze del suo padre, il quale, nei sui testamenti, cercò di limitarne la quota di eredità a favore dei sui fratelli Ignazio Maria e Gaspare Filippo.

 

a) Giovenale Antonio n. 1727, padrino Giovenale I

b) Giovanna Francesca  n. 1729

c) Giovanni Bernardo Pancrazio n. 1731

d) Cristina Maria n. 1733

e) Giuseppe Maria Chiaffredo n. 1734

 

 

 

 

 

C (B e) Ignazio Maria

Nobile possidente, vivente di rendita. Nato 1703, morto a Biella 1750. Definito “Nobile” anche nell’ordinato della confraternita della SS. Trinità di Biella del 25.7.1751 (Archivio Storico della Confraternita, da qui in avanti l’”Ordinato”)[6]. Sposa nel santuario di S.M. delle Grazie di Carignano nel 1727la Nob. Anna Margherita Gambarova di Antonio (cfr. genealogia Gambarova).

 

Membro della confraternita della SS. Trinità di Biella, una tra le più rilevanti e cospicue di quella città, che vantava tra i suoi aggregati nomi illustri del patriziato locale, come inter alia per gli anni dell’appartenenza sua e dei suoi figli, i Bertodano conti di Tollegno, la principale famiglia della città, gli stessi Gambarova ed i Danese, Canova, De Marchi, Guelpa signori di Castellengo, Coda, Da Mosso, Coppa, Masserano, Mosca, Penna etc... Possedeva anche vigne nel quartiere di S. Cassiano di Biella.

 

Nel 1746 la Città di Torino riconosce a favore del “Signor Ignazio Maria Borio del fu Signor Giovenale” un obbligo di lire 800[7] (AS TO,Insinuazioni,L.4/1746/carta 784), ossia delle obbligazioni comunali ad un tasso del 5% annuo.[8]

 

Vive sino alla sua morte tra Torino e Biella, ove, molto probabilmente, risiede in casa del suocero Gambarova, nel quartiere di S. Cassiano, contrada di S. Pietro [9]. Viene sepolto nella tomba della sua confraternita a Biella.

 

a) Angela Cattarina n. 1728

b) Carlo Giovenale n. 1730 c.

c) Pietro Antonio n. 1732

d) Teresa Margherita n. 1733, m. 1736

e) Girolamo Raymondo n. 1736 m. 1786, padrino il nob. Girolamo Agostino Gromo. Definito nobile nell’Atto di Vendita di cui sotto.

Si ritrova un Girolamo membro della confraternita della SS. Trinità di Biella, ma questo Girolamo risulta figlio di Giuseppe Antonio o anche Giuseppe Ignazio. Si ritiene che la paternità sia errata e che egli fosse in verità figlio di Ignazio Maria. Questo Girolamo sp. 1766 Anna Cattarina Marchisetto (m. 1787) di Carlo Giuseppe, membro della confraternita della SS. Trinità di Biella, da cui.

1) Ignazio Maria Benedetto n. 1767

2) Giuseppe Bernardo Carlo Maria n. 1769

3) Giovanna n.1779, m. 1780

4) Maria Margherita, n. 1772

5) Felice, n. 1776

 

Ignazio Maria Benedetto (n. 1769),  membro della confraternita della SS. Trinità di Biella, sp. 1789 Maria Giovanna Fandella di Pavignano, di Gerolamo: a) Anna Maria Cattarina n. 1792; b) Pietro Maria Nicolao Gerolamo n. 1794, m. 1798; c) Maria Orsola Francesca, n. 1796; d) Giovanni Lorenzo Pacifico n. 1797, m. 1802; e) Carlo Raffaele n. 1799, m. 1800; f) Pietro Bartolomeo Gerolamo n. 1804

 

 

 

 

C b) Carlo Giovenale

Nato nel 1730 circa, morto nel 1773. Definito nobile anche nell’atto di vendita di vigne Borio al Monastero di S. Caterina di Biella datato 21 giugno 1758 (da qui in avanti l’“Atto di Vendita”), nel quale i fratelli Borio appaiono vivere di rendita, senza specificazione di professioni a loro attribuite. Sp. I nel 1755 Anna Maria Penna (m. 1763) di Messer Bartolomeo, membro della confraternita della SS. Trinità di Biella, che possedeva beni nel quartiere di S. Pietro, nipote del canonico teologo della Cattedrale di Vercelli Priore Agostino Bartolomeo Penna. Sp. II nel 1764 la Signora Anna (Maria) Caterina di Francesco Bora vedova di Giovanni Guglielmo Garabello di Giacomo, anch’egli di famiglia patrizia biellese.

 

Membro della confraternita della SS. Trinità di Biella.

Come risulta da “ AS di Biella, Città di Biella /Archivio Storico / serie seconda /"Dalla dedizione alla Casa di Savoia al Dominio Napoleonico / dal 1379 al 1795" / Categoria XII Estimi e Catasti, b. 316 (1750 - 1780) - Nell'unico grande volume, ” questo nucleo famigliare  risulta possedere beni almeno nelle regioni di Lavagnano e Pavignano e una casa nel Quartiere di S. Stefano Superiore, ossia: “n° 6714, in Borgo Aja di Feniale ass. 13   3.8  2.7.8

n° 6715, Ivi Corte di Iau   ass. 13    8.6     6.6

n° 6716, Qui Casa di Iau a lire 12   1.5   17 confinante a levante Eredi Bartolomeo Garbiglietto a mezzogiorno detti Eredi a ponente Tomaso Marchisetto ed a notte la Contrada pubblica esclusa[10].

 

Ex I

a) Pietro Domenico Ignazio Benedetto n. 1758, m. 1758

b) Gaspare Filippo Ignazio Domenico n. 1759, militare, prende il nome e segue la carriera dell’omonimo pro-zio

c) Domenico Francesco Maria n. 1761

d) Vittoria Maria Elisabetta Margherita n. 1763

 

 

 



[1] A. Manno, op. cit., ad vocem Balestrero;

[2] Fino alla fine dell’600 e con valenza affievolita per i periodi successivi, la qualifica di “Signore” indicava generalmente uno status nobiliare o si accompagnava ad una carica socialmente prestigiosa o entrambe le cose (cfr. G. Mola di Nomaglio, feudi e nobiltà negli stati sabaudi, Lanzo Torinese 2006, pag. 226). Addirittura nell’editto di Maria Giovanna Battista di Savoia dell’11 novembre 1679, artt. 55-59, si faceva divieto espresso ai procuratori, notai, cancellieri di tribunale, si attribuire in atti, contratti ed altre scritture titoli o qualifiche di nobile, damigella, signore se non a soggetti che fossero notoriamente nobili (cf. G. Mola di Nomaglio, op. cit., pag. 75);

[3] La Confraternita di S. Rocco poi Morte e Orazione di Torino era una delle principali di quella città. Fondata nel 1598 per volere dell’arcivescovo Carlo Broglia, contò tra i suoi primi membri lo stesso Pietro Francesco Broglia, “gentiluomo di bocca di Sua Altezza” nonché il preclaro Giovanni Francesco Bellezia, sindaco di Torino e poi Primo Presidente del Senato di Piemonte. Tanti nomi dell’aristocrazia cittadina vi aderirono, tra i quali, nel periodo di appartenenza di Giovenale Borio, si possono ricordare i Falletti di Barolo, Beraudo di Pralormo, Filippone di S. Michele, Piosasco di Non, Leone di Leyni, Caissotti di Chiusano, Mestiatis, Pilo Boyl, Acellino Gandolfi di Melazzo, Marmorini Balbi, Casellette, Furno, Marchetti, Balestrero, Cignetti, Ferrero, Ratteri, Trivulzio, Rolla, Crotti, Vittone, Beria, Lanfranchi, Richelmy, Spitalieri, Maffei, Turinetti, Caron, Tempia, Costa, Crova, Crosa, Zegna etc.;

[4] A. Barbero F. Ramella A. Torre, Materiali sulla religiosità dei laici, Torino 1981, p. 49;

[5] Il grado di “sergente”, il più alto dei sotto ufficiali, era assunto anche da molti cadetti di famiglie nobili, come per esempio Giovanni Battista Goria (+1795), figlio del terzo Signore di Dusino, sergente proprio nel Reggimento di Monferrato, o anche Matteo Goria della Castella (1659), che trasferitosi a Parigi, fu sergente nelle guardie di S.M. Cristianissima il Re di Francia e sposò Giovanna Colas de Rocheplatte;

[6] In Biella l’utilizzo del titolo di “nobile” aveva un significato certo ed univoco ed a volte veniva sostituito solamente dal trattamento di “Signore” o “Dominus”. Infatti, se si analizza l’incipit dell’Ordinato in questione si osserva una sorta di “gradazione” nell’utilizzo delle qualifiche e si potrà agevolmente rilevare che vi è una netta distinzione tra l’utilizzo del titolo di “nobile” o “signore”, riservato alle famiglie del “patriziato” biellese e l’utilizzo del titolo di “M.[esser]” riferito alle famiglie meno rilevanti rispetto alle prime, seppur sempre di posizione sociale ragguardevole;

 

[7] Se si considera che in quegli anni lo stipendio di un “servo” era di circa Lire 3 al mese e che oggi sarebbe di circa Euro 500,00 al mese (stipendio di un domestico o badante convivente diminuito tenendo conto della scarsa considerazione dell’epoca per il lavoro servile), le 800 lire in questione potrebbero essere quantificate in circa Euro 130.000,00;

[8] Nonostante fosse obbligo del notaio indicare la professione della parti, ad Ignazio Maria non viene attribuita,  nel suddetto documento, alcuna qualifica professionale, così come nei testamenti del padre suo e nell’Ordinato di cui sopra (che lo qualifica “nobile”), il che significa che viveva senz’altro di rendita. Nel medesimo atto, insieme a lui il Molto Reverendo Don Orazio Chianea del Signor Luca di Tenda presta al Comune “sole” lire 500, seppur egli appartenesse ad una famiglia nobile di Tenda (Contea di Nizza), come ci ricorda lo stesso Manno, op. cit., ad vocem Chianea. Infatti detto Luca Chianea risulta un illustre letterato, figlio del Capitano (carica che dava nobiltà) Orazio Chianea (Cfr. Cornelio Aspasio, La Biblioteca Aprosiana, Bologna 1677, pag. xliv) e viene definito “Signore” come Giovenale ed Ignazio Maria Borio;

[9] Dall’analisi attenta del cosiddetto “Libro Campagnolo”, ossia la rappresentazione grafica del catasto di Biella del 1790, conservato presso la Biblioteca Civica di Biella, l’abitazione in questione dovrebbe corrispondere ad un edificio, che aveva una corte e vigna annesse, confinante con l’ex Monastero di S. Caterina, tra le attuali vie Orfanatrofio e Ravetti. Infatti, Anna Margherita Gambarova, moglie di Ignazio, risulta poi proprietaria delle vigna confinante col Monastero, venduta nel 1758 per completare l’edificazione di detto monastero; terminato nel 1764 (cfr. genealogia Gambarova). In verità i Gambarova avevano un’altra casa, molto signorile, in proprietà del Signor Giovanni Stefano Gambarova facente parte del beneficio di S. Giorgio, poi passata al nipote Nobile Carlo Francesco Gambarova Bagna, cognato di Ignazio Maria, ossia il fratello della moglie; tale casa, individuata sempre grazie al Libro Campagnolo, risulta essere l’attuale edificio di via Italia n. 35;

[10] Tale casa corrisponde a parte dell’attuale edificio in via S. Filippo n. 15, che Carlo Giovenale lascia in eredità ai suoi figli maschi, pur continuando ad abitarvi la sua vedova Caterina; Gaspare Filippo vende la sua metà a Carlo Giachetto nel 1778 (30 ottobre) con atto di vendita ripetuto nel 1779 (11 aprile, ove si parla di casa,con “giardino e sito”), poiché minorenne al primo atto.

 

LINEA D'ORZINUOVI DA PIETRO ANTONIO

LINEA D'ORZINUOVI DA PIETRO ANTONIO

D (C c) Pietro Antonio

Nobile possidente, vivente di rendita, Priore della Confraternita della S.s. Trinità di Biella. N. 1732 m. 1798. Sp. 1759 Nob. Francesca Teresa Gattinara, ultima del suo ramo (cfr. genealogia Gattinara).

 

Essendo il personaggio socialmente più significativo di questo ramo, gli è stato dedicato l’intero Capitolo IV seguente.

a) Giovanni Battista Giuseppe Ignazio Maria, n. 1761, m. 1781

b) Ignazio Antonio, n. 1762, m. 1763

c) Emanuele Andrea Maria Candido, n. 1764

d) Anna Maria, n. 1765, m. idem

e) Giovanna Maria Gabriella, n. 1767

f) Maria Margherita, n. 1770

g) Giacinta

 

 

 

 

E Emanuele Andrea Maria Candido

Nato 1764, morto ante 1840.

 

Secondogenito destinato alla carriera ecclesiastica, alla quale rinunciò per dare discendenza alla famiglia, alla prematura morte del suo fratello primogenito.

 

Definito “chierico” anche nello Stato d’Anime. Poi funzionario dell’Impero Francese, sempre definito “Signore” nelle anagrafi civiche napoleoniche. Sposa la Signora Margherita dei Fiori di Pinarolo, di Giacomo e Giovanna de'Tazzi. Seguì la Campagnad'Italia di Napoleone, risiedendo, inter alia a Pavia, Casale, Alessandria ed a Crema (ex convento di S. Bernardino in città) ove risulta dal settembre 1809 all’aprile 1814 responsabile governativo del telegrafo ottico[1]. Nel registro degli Stati d’Anime della Cattedrale del 1814 risulta a margine della famiglia un’annotazione: “non più vista”. Da ciò si deduce che essa abbandonò Crema seguendo le tristi sorti di Napoleone.

 

Intratteneva rapporti con il modo artistico ed accademico del tempo, in particolare modo con Bartolomeo Borsetti[2]. Forse dopo la morte di Emanuele Andrea, la vedova con i due figli Pietro Innocente e Gaetano si trasferirono, nel 1840, ad Orzinuovi, ove Margherita dei Fiori (definita ancora “piemontese”) morì subito dopo ed ove la famiglia acquistò poi per sua abitazione il palazzo già dei nobili Corniani[3], oltre a terre ed altri immobili.

 

Di lui si conserva un bel ritratto a Palazzo Borio di Orzinuovi, probabilmente opera di qualche artista che gravitava attorno al conte Carrara di Bergamo.

 

a) Andrea n. Pavia 1791(?), militare

b) Maria n. Novi(?) 1799

c) Teresa, n. Casale Monferrato1801, m. ivi 1804

d) Pietro, n. Casale Monferrato1802, m. Crema 1810

e) Ignazio, n. Alessandria 1809

f) Pietro Innocente, n. Crema 1810

g) Gaetano e Pietro nn. Crema 1814

 

 

 

E f) Pietro Innocente

Nato a Crema nel 1810.

 

Si veda la TAVOLA B

 

 

 

F Gaetano

Nato a Crema nel 1814, m. 1861. Padrino di battesimo il biellese poi bergamasco “Dominus” Bartolomeo Borsetti, redattore nel 1796 del primo inventario della collezione pittorica Carrara di Bergamo, come detto. Sposa Maria Giustina Provezza, possidente, della famiglia poi proprietaria del castello di Villachiara.

a) Andrea, n.1843, m. inf.

b) Rosa, n. 1845

c) Ignazio, n.1847, m. inf.

d) Angela, n.1849, m. inf.

e) Giovanni Maria, n.1850, m. inf.

f) Angela, n.1853, m. inf.

g) Luigi, n.1855, m. inf.

h) Giacomo, n. 1858

i) Gaetano Domenico, n. 1862, senza discendenza

 

 

 

 

G Giacomo

Nato 1858, m. 1921. Possidente, Consigliere Comunale, Assessore e Presidente del Consiglio Comunale di Orzinuovi. Pro-sindaco della città, Presidente dell’Azione Cattolica cittadina, giudice di pace. Sp. I nel 1883 Maria Lupezza, sorella del Prof. Andrea Lupezza, amministratore del comune di Orzinuovi, scrittore ed alto funzionario del Ministero dell'Istruzione Pubblica. Sp. II la possidente Angela Gavardoni, ved. Anesi.

Fonda il primo Circolo di Società di Orzinuovi, ricavandone la sede dalle ex scuderie di Palazzo Borio; teneva, inoltre, due palchetti al Teatro Comunale. Rimane vittima di un assalto socialista al municipio, ove si trovava facente funzioni di sindaco, a causa del quale muore poco tempo dopo.

Di lui si conserva un bel ritratto a Palazzo Borio di Orzinuovi, in cui è rappresentata la sciabola dell’avo Emanuele Andrea.

Dal primo matrimonio

 

a) Gaetano Giovanni, n.1891, m. inf.

b) Pietro, n.1892, m. inf.

c) Eva Elvira Amalia, n.1895, m. inf.

d) Pierina, n. 1898

e) Eva, sp. Luigi Carnesella, podestà di Soncino, da cui Giacomo, Senatore della Repubblica

f) Mario Gaetano, n. 1901

 

 

 

 

H Mario Gaetano

Nato 1901, morto 1944. Stimato libero professionista, amministratore del comune di Orzinuovi e giudice di pace. Sposa nel 1928 la Nob. Ercolina Sistina Maffeis, n. 1906 m. 2003, di Bortolo e Anna Maria Rossi (cfr. genealogia Maffeis). Di lui si conserva un bel ritratto a Palazzo Borio di Orzinuovi.

a) Anna Maria, n. 23.11.1929, sp. Cap. Giuseppe Micheletti

b) Marisa, n. 10.9.1934, sp. Battista Migliorati

c) Giacomo Bortolo Ermete, n. 20.6.1937

 

 

 

 

I Giacomo Bortolo Ermete

Nato 1937. Ingegnere, cavaliere di Malta, amministratore comunale di Orzinuovi, etc…Sposa 1966 Giuliana Fausta Benedetti, n. 1941, di Ademiro Andrea e di Silvia Maria Corsini (cfr. genealogia Benedetti).

 

a) Andrea Mario, n. 1969

b) Roberto, n. 1972, cav. di Malta, cav. di giustizia Ordine Costantiniano di S. Giorgio, comm. Ordine ss. Maurizio e Lazzaro, professore universitario e avvocato.

 

 

 

L Andrea Mario

Nato 1969. Ingegnere nucleare, professore universitario e funzionario con rango diplomatico ONU-IAEA a Vienna. Sp. 2012 Marcella Cagnazzo Colombi, fisico nucleare.

 

 a) Niccolò Giacomo Angelo, n. Vienna 03.08.2015;

b) Giulia Rosa Angela, n. Vienna 03.08.2015.

 

 

 

 

 

TAVOLA B

 

 

A (E f) Pietro Innocente Maria

N. Crema1810, m. Orzinuovi 1859. Sp. Laura Marta Nervi.

a) Margherita, n.1843, m. infante

b) Teresa, n.1849, m. infante

c) Carlo, n. 1851

d) Margherita n. 1855

 

 

 

 

B Carlo

N. 1851. Sp. Signora Benedetta Caterina Adalgisa Olimpia Bornati.

a) Innocente Carlo, n.1877 m. infante

b) Innocente n.1879 m. infante

c) Francesco Innocente n.1883 m. infante

d) Maria n.1887 m. infante

e) Carlo n. 1894

f) Enrico

g) Laura

 

 

 

 

C Carlo

N. 1894. Sp. Maria Fioretti, n. 1899, nipote ex fratre del preclaro Arch. Felice Fioretti e cugina dell’Ing. Fioretti, Comm. Corona di Romania. Felice Fioretti sp. Baronessa Ida Ferro di Brescia da cui Paola, Guido, Olga e Celeste che sp. Vittorio Metz, illustre scrittore e sceneggiatore, da cui Fioretta, Alessandro, Cristiano, Massimiliano e Delfina, anch’ella famosa scrittrice e giornalista, che sp. Principe Carlo Massimo Lancellotti.

a) Angelo Giacomo n. 1923, sp. Illiana Zanoni, da cui: 1) Carlo n. 1947, già Presidente Civ Inpdap, sp. Nob. Nadia Ridolfi, da cui Francesca e Stefano; 2) Alberto n. 1958, dott. commercialista, sp. Laura Rossetti da cui Alessandro e Martina

b) Giulio, n. 1926, senza discendenza

c) Carlo Enrico, n. 1931, finanziere, sp. Liana Braga, di illustre famiglia bresciana con palazzo in piazza Tebaldo Brusati, f. di Maria Conforti, nipote ex patre di San Guido Maria Conforti, vescovo di Parma, da cui: 1) Maria Paolo, n. 1962, magistrato, sp. 1993 Cav. Nob. Don Antonio Manca dei Marchesi di Mores; 2) Guido n. 1966, dott. commercialista, sp. Brescia 1995 Elena Rossi, dott. scienze pol. da cui: (1) Federica, n. 1999; (2) Gaia, n. 2001.

 

 

 

 

B f) Enrico

Sp. Giulia Pennacchio.

a) Carlo, sp. Palmira Castelli, da cui: 1) Enrico, da cui: i) Alberto, medico; ii) Federica; iii) Marco

2) Carla sp. Dott. Franco Lombardi, medico;

b)Teresa, sp. Fratelli

c) Francesco, sp. Virginia Vinzioli, da cui Giuliana

 

 



[1] Il 15 aprile 1809 venne inaugurata a Milano la linea telegrafica Parigi-Milano che poi venne estesa sino a Venezia, passando anche per Crema, e che venne utilizzata proprio sino al maggio1814. Si trattava di un servizio di comunicazione ad uso esclusivo del Governo, prevalentemente per fini militari e politici, che utilizzava il cosiddetto “telegrafo ottico” inventato nel 1793 da Claude Chappe. Si trascrive, a questo riguardo, il testo di una lettera conservata nell’archivio Borio di Orzinuovi: “Regno d’Italia/Crema li 18 maggio 1814/Processo Verbale/ In esecuzione del Prefettizio ordine 10 corrente n. 10663 e della sua successiva determinazione podestarile del quattordici suddetto maggio n. 919, trasferitomi io sottoscritto unitamente ai Signori Borio Andrea e Maggi Domenico circa le ore tre pomeridiane di questo giorno sopra la torre del soppresso monastero dei Carmelitani Scalzi [S. Bernardino n.d.a.] ho fatto alla presenza di come sopra e all’opera di Giuseppe Chinelli, Antonio Maccalli e Ferrari Francesco, tutti di questa Comune, abbassare le aste del telegrafo stabilito sopra la detta torre collocandole nell’apposito camerino,ove si trovavano tutti quegli altri attrezzi abbinati al detto telegrafo, sotto la custodia sino a nuova Superiore disposizione dei summenzionati officiali telegrafici ed in fede [firmato] Giacomo Visconti Andrea Borrio Maggi Gio.nni Domenico”(probabilmente un nobile Maggi di Cremona). Esistono altre lettere da lui scritte con bella grafia molto minuta e sempre con la firma “Borrio”e la formula “giacobina” di saluto “salute!”;

[2] Bartolomeo Borsetti, di Gerolamo, apparteneva ad una famosa dinastia di pittori originari di Boccioleto e Varallo (Valsesia), tra i quali primeggiò Carlo Bartolomeo(1698 - 1759); anche lui fu pittore, ma di non eccelso talento. Egli si trasferì a Bergamo, nella Parrocchia di Sant’Alessandro della Croce, ove assistette per ben diciassette anni il conte Giacomo Carrara nella creazione della sua collezione pittorica, della quale redasse nel 1796, dopo la morte del Carrara, il primo inventario;

[3] Su Palazzo Borio già Corniani si veda B. Zanotti, Alcuni affreschi e bassorilievi in Orzinuovi, in rivista Urcei, Natale 1938-XVII; AA.VV., Itinerari Bresciani, Rotaract 2050° Distretto, Pizzighettone 1994, p. 34; M.C. Folli T. Motta (a cura di), Tesori Orceani, guida alle bellezze di Orzinuovi, La Compagnia della Stampa, Roccafranca 2011, pp. 49-50;

Capitolo IV PIETRO ANTONIO BORIO di TIGLIOLE

Capitolo IV PIETRO ANTONIO BORIO di TIGLIOLE

Essendo Pietro Antonio Borio di Tigliole il personaggio più rilevante del ramo di Biella e da lui discendendo tutti i Borio d’Orzinuovi, si è ritenuto opportuno dedicargli un capitolo del presente studio, anche perché in tal modo si è potuto inquadrare in maniera meno schematica e più discorsiva, non solo il personaggio in questione, ma anche il contesto storico-sociale in cui visse.

 

I Borio, proveniente da Tigliole e poi Novello, si erano trasferiti a Torino con Giovenale, figlio cadetto del Nobile Giovanni Antonio, come detto. Il figlio di Giovenale, Ignazio Maria, nato a Torino nel 1703, bambino di tre anni, e tutta la sua famiglia condivisero un episodio della storia della Capitale drammatico, ma forse il più significativo per la creazione di una identità cittadina e di uno spirito di appartenenza, ossia il Grande Assedio del 1706. Dunque ormai dei torinesi veri, tanto che il fratello di Ignazio, Gaspare Filippo, militare di carriere, portava come nome di guerra “Turin”, Torino! Nella Capitale Giovenale e la sua famiglia abitavano in un bel edificio rifatto negli anni ’20 del’700 in stile juvarriano, un barocchetto piemontese molto elegante. La casa, forse quella distrutta per aprire l’attuale via IV Marzo su Via Milano, si trovava a pochi passi dal Municipio, il cosiddetto Palazzo di Città, ossia nel bel mezzo della vita economica e politica della capitale. La casa Borio, detta anche casa Morra, si trovava vicino anche alla chiesa di S. Rocco, sede dell’omonima confraternita alla quale Giovenale apparteneva, avendone ricoperto incarichi di offiziale sin dalla fine del 1600.

 

Ignazio era il secondogenito e, seppure allo stato non ne si hanno le prove, molto probabilmente era stato destinato alla carriera ecclesiastica, mentre suo fratello terzogenito sappiamo essere stato avviato a quella militare. Tale congettura viene avallata anche dal fatto che questa medesima sorte venne poi seguita dal figlio di Ignazio, nonché da suo nipote; lo schema ricorrente farebbe, pertanto, ritenere che anch’esso l’avesse seguito a suo tempo[4]. Fatto è che nel 1727 Ignazio Maria si sposa, ma, cosa singolare, non con una torinese a lui famigliare, bensì con una biellese, di famiglia ragguardevole, tra le principali di quella città, Anna Margherita Gambarova, figlia di Antonio e di Cassandra de Marchi, di altrettanto illustre famiglia patrizia biellese. Dei Gambarova a Biella si ricorda come primo un Antonio di Alberto, console e credenziere della città addirittura nel 1338 ed un Antonio ambasciatore della città presso il Conte Amedeo VI di Savoia nel 1378. Altro dato singolare è che i due non si maritano a Torino od a Biella, bensì nel santuario di Santa Maria delle Grazie di Carignano. Chi scrive ha cercato di spiegare queste “anomalie ”. Se si analizzano i nomi dei confratelli di S. Rocco si noterà che molti potevano essere di origine biellese, come per esempio i Mestiatis, Tempia, Costa, Crosa e Zegna, dunque con molta probabilità qualcuno di questi confratelli, sempre di famiglie ragguardevoli biellesi, potrebbe aver indicato a Giovenale un buon partito per il figlio secondogenito, evitandogli la vita ecclesiastica. In merito al luogo di matrimonio, se si analizza l’atto relativo si potrà constatare che il celebrante “D.nus Rev.mo Pater” Giovanni Agostino Bonino, priore di quel convento agostiniano (anche a Biella vi era una comunità agostiniana molto importante), poteva essere biellese (i testimoni risultano“D.ni Rev.mi” Carlo Giuseppe Formica e Domenico Nicolao Miolis, tutti agostiniani) e che, dunque, i Gambarova si sarebbero rivolti a lui per la celebrazione del sacramento; a tale proposito si riscontra in un atto di vendita di vigne Gambarova-Borio del 1758 (già citato) che tra queste famiglie ed i Bonino conti di Chiavazza vi era un certo legame e consuetudine.

 

Ignazio Maria viveva una tranquilla vita tra Torino e Biella, con una discreta rendita, derivante in parte anche dalle obbligazioni comunali di cui abbiamo scritto. A Biella egli non risulta avere casa proprio, molto probabilmente abitando in casa Gambarova, nel quartiere di S. Cassiano, contrada di S. Pietro (tra le attuali vie Orfanatrofio e Ravetti) come detto. A dimostrazione del fatto che continuò a dividersi tra Torino e Biella ci viene in aiuto l’atto di battesimo del suo ultimogenito Geronimo Raimondo del 1736, nel quale Ignazio viene definito ancora “Taurinensis”; dal 1727 al 1736, dunque, non si era ancora definitivamente insediato a Biella, né mai lo fece. Infatti, seppure risulta membro della Confraternita della Ss. Trinità, tra le più prestigiose della città, come scritto, le sue presenza alla riunioni dei confratelli sono limitatissime, addirittura una o due in tutta la sua vita, ciò sta a dimostrare la sua scarsa presenza in città, che però lo accoglie nell’ultimo atto, ossia la sua sepoltura, avvenuta proprio nella tomba della confraternita della Ss. Trinità nel 1750; un’esistenza relativamente breve, quarantasette anni.

 

Da Ignazio Maria e Anna Margherita Gambarova nasce nel 1732 Pietro Antonio Borio, probabilmente in casa della famiglia materna. Egli esce da un contesto sociale buono, con tre quarti di nobiltà, ossia l’avo paterno e l’avo ed ava materni, rispettivamente Gambarova e de Marchi e con un cugino della madre sindaco di Biella nel 1735, ossia Giovanni Stefano Gambarova. Essendo il secondogenito gli tocca in sorte il seminario; egli sin da giovanetto diviene chierico, ed infatti nell’ordinato della Congregazione del Sagro  Monte d’Oropa del 7 dicembre 1749 testualmente si legge

 

“li detti Signori Congregati, tutti unanimi e concordi hanno nominato et eletto per chierici di Sagrestia nel Sagro Monte d’Oropa, circa il posto attualmente vacante in luogo del Sig.r Chierico Maruchetti, il Chierico Antonio Nicola Danese, e per il secondo posto, cioè in luogo del Sig.r Chierico Antoniottti il Chierico Pietro Antonio figlio del vivente Ignazio Giovenale Borio di questa città#, dichiarando che questo secondo nominato potrà solamente giovarsi di tal nomina allorquando verrà dal Sig.r Chierico Antoniotti celebrata la S.a Messa [omissis]…...#Chierico attuale della sagrestia della Collegiata di S. Steffano…[omissis]”.

 

Dunque già prima dei diciasette anni Pietro Antonio risultava Chierico di Sagrestia, prima di S. Stefano, poi d’Oropa. Il chierico di sacrestia, altrimenti detto “Prefetto di Sacrestia” era un giovane chierico che – eventualmente aiutato da altri confratelli – aveva la responsabilità del suo omologo “Sacrista” nelle Basiliche e nelle Cattedrali, dei cui Capitoli spesso era membro. Era una mansione molto prestigiosa ed ambita, perché permetteva l’esenzione da non pochi incarichi manuali e per questo era solitamente riservata ai figli delle famiglie nobili; ed infatti i chierici sopra riportati risultano tutti di nobili famiglie biellesi: Marochetti, Danese e Antoniotti[5]. Si deve notare la paternità di Pietro Antonio, ossia “Ignazio Giovenale”, unica volta nella quale Ignazio Maria viene citato con anche il nome del padre suo (defunto da tre anni) e senza attributi nobiliari o signorili. Due anni dopo, il 25 luglio 1751, appena morto il suo padre Ignazio, si ritrova un ordinato della Confraternita della Ss. Trinità tutto dedicato al nostro Pietro, che così dice:

 

“Nel quale il Nob. Carlo fu Nob. Paolo Canova Priore propone, essendo stata passata richiesta dal Sig.r Chierico Pietro figlio del fu Nob. Ignazio Borio nattivo di questa Città, presentemente Chierico di Sagrestia del Santuario d’Oropa, a voler in suo nome proporre questa Congregazione degnarsi nominarlo per Cappellano ordinario della medesima sua vita urante, da principiare dal giorno che celebrava la sua S.a Messa, affine con tal proposizione [omissis]…con prestare a maggior cautela di questa Confraternita cauzione solidale colle apposte clausole e rinuncie, in persona del predetto Signor Carlo Francesco Gambarova, suo zio, al tempo di detto avvenimento…..[omissis]…hanno il medesimo Sig.r Chierico Pietro Antonio Borio, unanimemente e concordemente nominato e nominano per Cappellano ordinario di questa veneranda Congregazione la di lui vita natural durante da principiare il giorno che celebrerà la sua S.a Messa…[omissis]..col sollecito onorario di Lire cento e otto soldi dieci cadun anno…[omissis]..”.

 

Ecco che a Pietro Antonio viene assicurato un bel futuro, con una rendita certa e, magari, con una carriera ecclesiastica considerevole. Il suo predecessore, nominato cappellano ma senza aver mai assunto la carica, fu il Signor Chierico Giovanni Stefano Canova, anch’egli patrizio biellese. Pietro risulta ancora chierico nel 1755 all’età di ventitré anni, come testimone del matrimonio del fratello Carlo Giovenale. Evidentemente non era particolarmente portato al sacerdozio, nonostante la buona rendita assicuratagli, pertanto si mise a cercare un buon partito, essendo il secondogenito di una giovane madre vedova e sapendo che le risorse economiche di famiglia sarebbero state incanalate sul suo fratello primogenito. Certamente non avrebbe trovato un aiuto nello zio Carlo Francesco Gambarova, che lo voleva cappellano, come si è potuto constatare nell’ordinato del 1751, anch’egli avendo una famiglia ed un figlio primogenito a cui assicurare un futuro. Inoltre, non bisogna dimenticare che Pietro in qualche modo si rese ribelle non volendo abbracciare la vita ecclesiastica che gli era stata destinata dalla famiglia, in tal modo non raccogliendo sicuramente le simpatie dei parenti. Fatto è che la Provvidenza pensò anche a lui.

 

Succede che il 31 marzo 1758 nel piano della città di Biella, in una stanza del piano superiore della Casa del Sagro Monte d’Oropa, il Signor Tommaso figlio del Signor Pietro Giacomo Coppino, alla presenza del notaio Tempia e di parecchi testimoni, ossia il Signor Priore Pietro Vietti, i Signori Carlo Giuseppe Regis, Giuseppe Bertolazzo, i nobili Pietro Antonio Ottino, Giovanni Agostino Comello, Giovanni Antonio Coppa, Stefano Ramolino, tutti di Biella e Domenico Serralonga di Valle S. Nicolao, detta le sue ultime volontà: un testamento pieno di condizioni. Lascia al nipote Signor Antonio figlio della sorella Maria Brunetto, a condizione che divenga ecclesiastico; lascia a Giovambattista del fu Antonio Coppino, residente a Lione in Francia, a condizione che ritorni a Biella e finalmente nomina suoi eredi universali: per una terza-parte il Signor Pietro Giacomo del fu Signor Giovanni Andrea Gattinara, suo nipote ex sorore, altra terza-parte alle Signore Vittoria e Teresa figlie del Signor Bartolomeo Gattinara, altro suo nipote e fratello del Signor Pietro Giacomo e l’ultimo terzo a Maria moglie del Signor Domenico Brunetto, di lui nipote ex sorore. Nomina esecutori testamentari il Molto Illustre e Molto Reverendo Signor Canonico Bartolomeo Langostena ed il Signor Giuseppe Antonio del fu Signor Antonio Agostino Gromo. In merito al terzo delle sorelle Gattinara, esso dovrà rimanere nelle mani degli esecutori testamentari sino a che le due si mariteranno entro due anni dalla sua morte, in tal caso tale quota-parte sarà data a titolo di dote; senza che nel frattempo il loro padre Bartolomeo vi ci possa mettere mano! Ecco dunque il partito adatto per il nostro Pietro: una Gattinara.

 

Francesca Antonia Teresa Gattinara nasce a Biella il 5 novembre 1734 e viene battezzata il giorno successivo in Duomo; nell’atto di battesimo i suoi genitori vengono addirittura definiti “Per Ill.mi D.D.”, ossia Perillustrissimi Signori, un trattamento riservato alla nobiltà più alta, padrino un Mullattera, madrina una Guelpa, come la prima moglie del nonno, il Nobile Giovanni Andrea Gattinara, ossia Lucia Guelpa dei Signori di Castellengo (la seconda moglie, invece, fu Angela Caterina Coppino, sorella del suddetto Tommaso, per l’appunto). La famiglia Gattinara è molto buona, il capostipite di cui si ha traccia in Biella un Antonio, nato nel 1533 e già qualificato nobile (cfr. genealogia Gattinara), chi poteva andar meglio di lei come moglie, soprattutto considerando una bella dote pronta da incamerare? Infatti, in fretta e furia, e probabilmente in tono minore, i due si sposano in Duomo il 28 febbraio 1759, circa dieci mesi dalla morte dello prozio Coppino, altroché due anni! Testimoni “minori”, il fratello ultimogenito Girolamo Borio (e non il primogenito, forse contrario al matrimonio) ed il signor chierico Giuseppe Maria Violetta, probabilmente un ex compagno di seminario dello sposo.

 

Pietro Antonio ora è sistemato, quasi meglio del suo fratello primogenito, il quale, infatti, non appare spesso nella sua vita, tanto da dare sospetto di una certa invidia nei suoi confronti. Di aspetto appare magro ed agile, con uno sguardo acuto, almeno da come si può vedere nel suo ritratto, conservato ancora; è molto simile al suo figlio secondogenito Emanuele Andrea, sempre in base al ritratto di quest’ultimo, anch’esso conservato. E’ elegante in un abito verde ed oro, ma soprattutto porta lo spadino, il che è segno di nobiltà. Ora che si è ben accasato, presumibilmente con una discreta rendita, si può dedicare alla vita pubblica, non prima di aver trovato una degna abitazione, all’altezza sua ma soprattutto di sua moglie. Infatti, suo fratello Carlo Giovenale si era trasferito in via S. Filippo, in un “casone” con giardino (dunque sicuramente signorile, sennò il giardino sarebbe stato un “orto”), in parte di sua proprietà, ancora esistente al n. 15, proprio di fronte alla chiesa di S. Filippo, ma evidentemente la coabitazione non era nemmeno da pensare. Sarebbe stato arduo, se non impossibile, capire dove fosse andato a risiedere in città, se non ci fosse stato il già citato Libro Campagnolo, ma non letto da solo bensì confrontato con un altro importantissimo documento, il cosiddetto “stato delle anime” della parrocchia di S. Stefano, ossia del Duomo. Questi è un libretto del maggio 1781 che riporta tutti i parrocchiani del Duomo di quell’anno; un documento molto importante, in sostanza un censimento della zona cittadina più centrale, conservato ancora presso l’Archivio Storico di detta Parrocchia. Risulta utile non solo per conoscere i nominativi, ma anche per capire i luoghi di abitazione; infatti il censimento procedeva di casa in casa, di modo che si possono conoscere i vicini di ciascun nucleo famigliare; non solo, si nota che, probabilmente in coincidenza della fine di un isolato, si trova uno spazio bianco sulla pagina molto amplio, quasi a voler indicare l’interruzione dell’isola abitativa. Nello stato delle anime il trattamento di “Signore” viene usato rigorosamente per le famiglie “patrizie” e, addirittura, per non tutti i rami delle medesime; si ritrovano, infatti, solo alcuni rami Gambarova con tale trattamento (tra i quali il ramo dello zio di Pietro). Le famiglie “signorili” si cui si può dare riscontro da una sommaria consultazione del documento risultano essere le seguenti: Marochetti (proprio la famiglia da cui esce il famoso barone dell’Impero Francese Vincenzo, riportato come figlio del Signor Battista di Carlo Antonio), Piantino, Gambarova (come detto, ma solo pochi rami), il nostro Borio, Amosso e qualche altro di cui al momento non si dispone il testo. Come si può notare il “Signore” è dato a pochi, forse con eccessiva restrizione, molto più di quanto viene fatto nel catasto del 1790. Pietro Borio e solo la sua famiglia “ristretta”, cioè sua moglie ed i suoi figli senza fratelli o sorelle, risulta nello stato delle anime il primo dopo un amplio spazio bianco posto in fondo al foglio n. 171 ed al’inizio del successivo e immediatamente seguito, sempre al foglio n. 172, dal nucleo famigliare del Signor Bernardo Amosso del fù Nicolao Pietro. Pietro non appare nel catasto del 1790, ma vi appare proprio questo Amosso, che risulta possedere una amplia porzione immobiliare (contraddistinta nel catasto in questione dalla particelle nn. 6164-6165-6166-6167) che inizia dalla casa confinante con la sagrestia di S. Stefano, nell’attuale Via Duomo, per continuare per tutta via duomo sino a prendere parte degli immobili di via Italia al n. 33. Ancora oggi in via Duomo n. 1 si trova lo studio del notaio Pietro Amosso mentre al n. 3 si trova il palazzo che fu originariamente degli Amosso[6], ora sede del Consiglio Notarile di Biella, una bella casa di linee settecentesche, ma la prima casa dell’isolato dopo la sagrestia suddetta (anch’essa distrutta insieme alla chiesa di S. Stefano) non esiste più ed è rimasto un vuoto, chiuso da una cancellata di ferro; ecco, verosimilmente proprio li doveva abitare Pietro e la sua famiglia, a veramente pochi passi dalla casa dello zio Gambarova, come detto nell’attuale via Italia n. 35; abitava li perché quella casa era la prima dopo la sagrestia (ove ovviamente non vi abitava nessun parrocchiano) e perché era immediatamente confinante con Bernardo Amosso; a meno che non abitasse all’attuale via Italia n. 31, ossia nella casa immediatamente dopo quella dell’Amosso, il che riteniamo essere meno probabile viste le precedenti considerazioni.

 

Ben ammogliato e ben “accasato”, Pietro Antonio si dedica anima e corpo alla sua Confraternita della Ss. Trinità, che raccoglie, come detto, buona parte delle migliori famiglie di Biella, prima fra tutte i Bertodano del ramo comitale. La confraternita è molto antica, addirittura risalirebbe agli inizi del 1400 sotto il titolo dei Ss. Fabiano e Sebastiano. Nel 1579 la confraternita si aggrega all'arciconfraternita dei pellegrini e convalescenti della SS. Trinità a Roma, aggiungendo il titolo della SS. Trinità a quelli dei SS. Fabiano e Sebastiano, e adottando la divisa di colore rosso. In conseguenza dell'aggregazione all'arciconfraternita romana la confraternita assunse l'obbligo di costruire un ospedale per i pellegrini e gli ammalati indigenti. Questo venne iniziato nel 1623 contestualmente all'erezione della chiesa della SS. Trinità che dava sulla via Maestra (attuale via Italia, dietro al Duomo e a pochi passi dalla casa di Pietro). Proprio a questo ospedale Pietro dedica la sua vita come amministratore attento e preciso, infatti una quantità considerevole di verbali della confraternita sono dedicati alla sua attività di amministratore; egli, inoltre e ovviamente, nella confraternita ricopre durante tutto l’arco della sua vita le principali cariche di officiale, ossia: Priore nell’anno 1765; Sottopriore nell’anno 1766; Guardiano, ossia consigliere, negli anni 1760, 1762, 1763, 1767, 1768; Mastro dei Novizi negli anni 1769 e 1775. Come se ciò non bastasse, assume per molti anni la carica di Direttore della Compagnia della Vergine Addolorata esistente nella chiesa stessa della Ss. Trinità (le compagnie, come detto, riunivano religiosi e nobili), da cui si dimette il 5 gennaio 1777, lamentando lo scarso aiuto economico che era stato riservato a detta compagnia da parte della confraternita. Nel suo ritratto, pocanzi citato, si legge in un cartiglio : “Ill.mo Sig.r Priore D. Pietro Antonio Borio, Biella”; forse successivo al 1765, tale ritratto voleva ricordare il suo anno come Priore, il che significa che a questa carica era stata data parecchia importanza. Una particolarità, quasi sempre Pietro si firma “Borrio” con due “r”, sicuramente per distinguersi da altri Borio esistenti in Biella originari di Ronco di Cossato, che non avevano alcun legame genealogico con la sua famiglia.

 

Dalla moglie Gattinara ha sette figli, tre maschi, di cui due sopravvissuti, e quattro femmine, di cui tre sopravvissute. Il primogenito Giovanni Battista Giuseppe Ignazio Maria nasce nel 1761, il secondogenito Ignazio Antonio nel 1762 ma muore subito nel 1763 ed Emanuele Andrea Maria Candido nel 1764; padrino di quest’ultimo è quel Signor Giuseppe Bertolazzo di Diego, testimone nel testamento di Tommaso Coppino; forse è lui ad aver combinato il matrimonio di Pietro. Al primogenito, come sempre, andrà la maggior parte dei beni di famiglie, il secondogenito sarà destinato alla vita ecclesiastica e le figlie saranno dotate per i loro matrimoni; lo schema si ripete chiaro e rassicurante, ma il futuro è sempre incerto. Accade una disgrazia, Giovanni Battista muore nel 1781 all’età di venti anni, quando già Emanuele Andrea era un promettente seminarista. Infatti nel citato stato delle anime proprio del 1781 ai fogli 171-172 così si legge:

 

“Borio Sig.r Pietro fu Ignazio………….. [anni] 49

Teresa Gattinara Moglie……………………...45

Chierico Emanuele Andrea figlio………………16

Gabriella figlia……………………….…….13

Giacinta Maria figlia………………………..8

Margarita Maria figlia……………………….5”

        

Dunque, Giovanni Battista è già morto ed Emanuele Andrea è ancora chierico. Mentre Pietro abbandonò l’abito per altri motivi, come detto, suo figlio lo deve abbandonare perché rimane l’unico maschio della famiglia, a lui ora vanno le attese del futuro dei Borio. Probabilmente Emanuele Andrea non interrompe immediatamente gli studi in seminario, forse li porta a termine per poi uscirne, fatto è che nemmeno lui “prende messa”; insomma, una famiglia di mancati preti. Ma le disgrazie non si fermano, qualche anno dopo muore Teresa Gattinara, nel 1793. Dal libro dei morti del Duomo: “Die 2 Octobris Borio Maria Theresia Gattinara uxor D. Petri ex improviso obiit, die sequenti sepulta fuit in Ecclesia Ss. Trinitatis”. Poche righe, con quell’espressione “ex improviso”, ossia d’improvviso,che rende ben chiaro l’inatteso ed infausto evento. Pietro è sempre “D[ominus]”, Signore, con la “D” maiuscola, e la Gattinara viene ovviamente sepolta nel tumolo della Confraternita del marito. Poco prima della sua morte, durante l’anno 1791, la “Signora Teresa Gattinara” è attrice di una procedura giudiziaria per il recupero di un credito di lire 178 soldi 6 nei confronti del Signor Avvocato Benedetto Moglia di Candelo. Teresa è assistita dal Signor Notaio e Procuratore Giacinto Flecchia del fu Signor Notaio Giuseppe Maria di Ponderano; la vicenda si concluderà con un pignoramento nella casa del Moglia a Candelo, operato dall’ufficiale giudiziario Giacomo Antonio Dionisio. Con lei si estingue in casa Borio questo ramo dei Gattinara, essendo morti tutti i suoi fratelli in giovane età senza discendenza, come anche suo zio Pietro Giacomo, mentre tutti gli altri rami Gattinara di Biella si estingueranno tra la fine dell’700 e gli inizi del secolo successivo; per questo, in seguito, i Borio inquarteranno il proprio stemma con quello Gattinara e pensarono a lungo di aggiungere al proprio anche il cognome dell’ava, per poi, invece, cognomizzare il predicato “di Tigliole”.

 

Siamo alla metà degli anni ’90 dell’700 e sta succedendo qualcosa di sconvolgente: la rivoluzione francese incomincia a farsi sentire ed il Piemonte ad essere pericolosamente minacciato. Le idee giacobine filtrano da Oltralpe e si insinuano anche a Biella, dove riscontrano un grande successo[7]. I nuovi “patrioti” sono molti, tra i quali buona parte dei Marochetti, dei Gromo, dei Canova, un Diego Bertolazzo (forse il figlio del suddetto Giuseppe) e, soprattutto, dei Gambarova! In particolare Giuseppe Gambarova, il figlio del cugino di Pietro, che si distinse alquanto in questo periodo. Fu giacobino della prima ora, municipalista di Biella e notable; suo fratello Vittorio, canonico del Duomo, repubblicano ed acceso giansenista, mentre l’altro fratello Saverio, provicario generale della Diocesi di Biella, è nella delegazione che festeggia il ritorno del Re di Sardegna dall’esilio, almeno uno di famiglia dall’altra parte![8] Emanuele Andrea, come i cugini, abbraccia Napoleone e si abbandona alla sua follia, seguendolo nella Campagna d’Italia. Non si sa che ruolo preciso avesse assunto, ma non sembra che si fosse arruolato come militare; probabilmente entrò nell’amministrazione dell’Impero, anche se di lui si conserva ancora una sciabola “briquet” in dotazione alla Grande Armée. Il suo ritratto, il migliore tra tutti, lo rappresenta in abiti civili molto “giacobini”, ma ancora con la parrucca. Comunque il fatto più significativo è che l’unico maschio di casa Borio lascia Biella, per seguire l’esercito; avrà diversi figli in varie località di guerra o centri amministrativi dell’Impero in Italia, tra i quali Novara, nella cui cattedrale si sposa, Pavia, Casale Monferrato, Alessandria e Crema, ove risulta essere il responsabile del telegrafo governativo di Parigi, come scritto, e dove continua a firmarsi “Borrio” con due “r” come il padre suo ed usa la formula “giacobina” di saluto, ossia “salute!”. Da lui discendono tutti i Borio d’Orzinuovi.

 

Pietro Antonio rimane vedovo e senza il suo unico figlio maschio, forse nemmeno accudito dalle figlie sposate altrove. Gli ultimi giorni della sua vita li trascorre ricoverato nell’ospedale che aveva amministrato per anni, ove muore nel 1798, in piena occupazione francese.

 

[4] Purtroppo i “registri dei chierici” della Diocesi di Torino, ossia delle ordinazioni, iniziano solo dal 1768, pertanto non si può avere un riscontro in merito ad Ignazio Maria Borio;

[5] Cfr. Il libro della blasoneria biellese, M. Coda (a cura di), Biella 2009;

[6] Questi Amosso sono sempre qualificati come nobili o signori, posseggono vasti immobili, ma non si trovano nei repertori nobiliari biellesi. Nonostante si dicano originari di Parella (Torino) chi scrive è fortemente convinto che si tratti di un ramo, nemmeno poi così cadetto, della nobilissima famiglia “Da Mosso”, che in latino era scritta “A Mosso”, per l’appunto;

[7] Cfr. D. Siragusa, Biella Napoleonica, Biella 1995;

[8] Cfr. D. Siragusa, op. cit., pp.43, 99, 111, 123, 139, 238;

 

Capitolo V GENEALOGIA DELLA NOBILE FAMIGLIA BORIO DI NOVELLO

Capitolo V GENEALOGIA DELLA NOBILE FAMIGLIA BORIO DI NOVELLO

Novello fu per alcuni secoli la capitale di uno stato feudale, retto da un ramo della famiglia Del Carretto. Situato nella marca arduinica, era presumibilmente diventato proprietà dell'aleramico Bonifacio Del Vasto nel 1091 e da lui passò ai suoi discendenti. Con la morte di Giacomo I Del Carretto, marchese di Finale, e la ripartizione dei suoi domini fra i tre figli nel 1268, nacque la signoria (contea?) di Novello, affidata al figlio Enrico. La sua ampiezza può essere desunta dall'investitura concessa da Carlo IV ai fratelli Antonio, Alberto, Enrico, Franceschino e Manfredo, figli di un successivo Giacomo Del Carretto. L'atto, redatto il 2 febbraio 1354, conferma gli antichi privilegi della famiglia su vari luoghi, tra cui Novello. Si venne, quindi, a creare un feudo “non mediato” direttamente sottoposto all’Impero e, pertanto, con una sua sovranità specifica, similmente al ducato di Guastalla, per esempio. Ciò permise, come vedremo, che vi si potesse formare nobiltà.  Infatti, dal secolo XV si venne a creare nel borgo un ceto dominante, legato in qualche modo sempre ai Del Carretto, composto da esponenti di poche famiglie del "patriziato" locale che formavano il Consiglio Comunale, tra le quali si ritrovano i Ferreri/o, Moretti, Borio, Tarditi, Rosso, Pira, Marescotti, Belmonda, Alessandria, Vajra e Passone.

 

Gli atti notarili riguardanti il territorio di Novello per il periodo sino al primo quarto del secolo XVIII non sono stati assoggetti al sistema delle insinuazioni previsto per gli stati sabaudi dal momento che Novello risultava feudo imperiale e, pertanto, non sottoposo alla normativa e giurisdizione sabauda, come detto.[1]Per tale motivo non esistono atti notarili riguardanti la comunità in questione sino agli anni ’20 dell’700. Gli atti di battesimo della Parrocchia di S. Michele di Novello iniziano in periodo assai risalente (1556). Gli atti di morte iniziano invece solamente dagli anni ‘30 dell’600. Qualche atto di matrimonio cinquecentesco si ritrova inserito nei primi registri dei battesimi o delle morti. I matrimonio venivano rigorosamente celebrati nella parrocchia di appartenenza della sposa, per questo motivo non si ritrovano in Novello molti atti di matrimonio Borio celebrati con donne di altro luogo. L’assenza di qualifiche attribuite ad un soggetto negli atti parrocchiali non è indice di una scarsa rilevanza sociale; in Novello si hanno addirittura atti parrocchiali in cui alcuni membri della famiglia feudataria dei Del Carretto sono citati senza alcuna qualifica! Viceversa la qualifica di “Signore” negli atti civili, come detto, indicava generalmente uno status nobiliare o si accompagnava ad una carica socialmente prestigiosa (o entrambi). Gli ordinati della comunità di Novello, ossia i verbali del consiglio comunale, iniziano nel secondo decennio dell’600 e sono abbastanza completi per il secolo XVII, tranne che per gli anni 1659-1671, periodo per il quale risultano completamente inesistenti.

 

Tutto ciò premesso, è pacifico che i Borio in Novello furono di casata ragguardevole, sicuramente nobile e famigliare dei Del Carretto; infatti molto esponenti di quest’ultima famiglia compaiono come testimoni in vari atti di battesimo e matrimonio dei Borio, non in quanto loro “padroni” (come di consuetudine in quei tempi) ma in quanto loro confinanti nelle proprietà terriere (come si può verificare dai catasti del borgo). Data la vicinanza a Costigliole e Tigliole (due ore e mezza scarse a cavallo) è sempre stata considerata come un ramo di quella costigliolese-tigliolese. Si crede che giunse nel borgo verso la metà del ‘500 con un Oddone ed i suoi figli, ritrovandosi in paese per quel periodo solo il nucleo famigliare indicato; ma non si azzarderebbe troppo affermando che forse potrebbero essersi insediati in quel feudo proprio ai tempi dei Del Vasto, signori sia di Novello che di Burio, provenendo da quest’ultima castallania, considerando che in Novello il cognome si trova scritto anche come “Burio”, come detto. Comunque sia, la famiglia è rappresentata ininterrottamente nel Consiglio Comunale di Novello con vari suoi membri che ricoprono cariche pubbliche prima fra tutte quella di Sindaco, in particolare per il secolo XVII nelle persone di: Giovanni Battista nel 1638; il nobile Antonio Maria nel 1640 e nel 1664; il nobile Giovanni nel 1681; il nobile Giovanni Battista nel 1685; nel 1691 messer Matteo, nato nel 1652 e morto nel 1712 e forse qualcun’altro per il periodo 1659-1671.

 

La Famiglia consegnò l’arma durante il consegnamento del 1687-88, ma i verbali di tale consegnamento sono tra quelli andati dispersi. Nell’indice sopravvissuto si ritrova quanto segue:

 

"Indice di sei volumi di consegne d’armi che non esistono in quest’archivio - 1613 = 1687 -

Volume unico" - A. St. TO Riun., Inventari121”

 

Indice dell’Arme Esistenti nel 3° Registro Nuovo

 

“Borio di Novello, abit. e in Dogliani 67 5”. (Doc. 7)[2]

 

Dunque “Borio di Novello abitante in Dogliani”. Dall’analisi attenta degli archivi parrocchiali e comunali di Dogliani e delle insinuazioni di Dogliani presso l’Archivio di Stato di Cuneo, si riscontra che l’unico personaggio portante il cognome Borio residente a Dogliani, borgo confinante con Novello, nel 1687-88 risulta essere un Antonio Borio, primo, unico e ultimo Borio nativo proprio di Novello che prese stanza in Dogliani; fu pertanto questo Antonio, al di la di ogni ragionevole dubbio, a consegnare l’arma e di lui si scriverà nella genealogia che segue.

 

Analizzando i requisiti richiesti per i consegnamenti d’arme del 1687-88 si riscontra che risultava necessario l’uso legittimo dello stemma da almeno sessant’anni, a meno che non si fosse in presenta di concessioni o privilegi specifici[3]. Nel caso di specie, non risultando alcuno privilegio di concessione in capo alla famiglia, si desume che lo stemma Borio venisse utilizzato almeno dagli inizi dell’600. Il suo utilizzo, dunque, non può essere circoscritto al singolo soggetto consegnante, bensì dalla compagine famigliare ancora risiedente in Novello.

 

Il fatto che solamente il Borio residente fuori da Novello, ossia nel borgo confinante, Dogliani, consegnò l’arma è alquanto chiaro ed inequivocabile: Novello in quel tempo risultava essere feudo imperiale, come già sopra specificato, e, pertanto, esente dalla giurisdizione ducale sabauda e, quindi, dalle prescrizioni di legge riguardanti i consegnamenti stessi, similmente a quanto avvenne per il ramo di Tigliole, enclave pontificia.

 

In merito alla descrizione dello stemma dei Borio di Novello, essa è andata perduta, come detto. Ciò nonostante si può ipotizzare che esso possa essere il medesimo di quello dei Borio di Costigliole e Tigliole, località poco distanti da Novello. Come già detto, lo stemma dei Borio di Costigliole, Tigliole e, forse, Novello presenta degli interessanti richiami, cromatici e di figure araldiche, allo stemma di Mondovì (limitrofo a Niella Tanaro ed a Novello) nonché al galletto simbolo del suo territorio (detto monregalese). Ciò avvalorerebbe ancor più l’ipotesi delle comuni origini dei vari rami dei Borio portanti questo stemma e del legame con i due borghi sopra indicati, dal momento che lo stemma non richiama in alcun modo il cognome Borio e che, dunque, non può essere giustificato da qualche “tentativo” di riproduzione grafica del suono o significato del cognome stesso.

 

 

NOME

CENNI BIOGRAFICI

DISCENDENZA

 

 

 

Oddone

N.  1495 circa. E’ il primo Borio documentato a Novello. Viene citato in due atti: uno di matrimonio (forse il secondo) della figlia Antonina del 1565 e uno di battesimo della nipote illegittima Maddalena del 1571; in detti documenti viene chiamato “Audon Bori” utilizzando la forma occitana del nome Oddone.  Sp. […] Restagni Ancora oggi le tenute-località Bori e Restagni sono confinanti in Novello.

 

Viene citato un conte Restagni, commissario in Cherasco, che viene nominato arbitro nella faida tra i Malacria e i Vajra di Novello del 1683-84[4]. Il Manno, invece, riporta dei Rostagni, sempre di Cuneo, baroni di Bozzolo.[5]

 

a) Giovanni, n. 1522 c.;

b) Geronimo, n. 1520 c.;

c) Giovenale, n. 1525 c.;

b) Antonina, n. 1530 circa sp. 4.6.1565 Agostino Gioia di Cherasco[6], testi Carla del Carretto dei signori di Novello e Antonio Marenco

 

Ramo di Giovanni di Oddone

 

A Giovanni di Oddone

N. 1522 c.

a) Giovannone, n. 1542 c

 

 

 

B Giovannone

N. 1542 c. Sp. I 13.1.1566 Bartolomea nipote di Giovanni Abrastao (?), testi Franceschino Marenco e Giovanni Moschetto; II 2.2.1573 Alasina di Giovanni Vassallo, testi Enrico Blirio, Antonio Passone, Giacomo Mallarino.

a) Domenica, n. 1575

b) Bartolomea, n. 1577

c) Giovanni, n. 1580

d) Antonio, 1582, padrino Messer Giovanni Giacomo Vassallo

 

 

 

 

C Giovanni

N. 1580. Detto anche Giovannone nell’atto di battesimo della figlia Alasina. Sp. Caterina.

a) Francesco, n. 1611

b) Maria, n. 1614

c) Alasina, n. 1617

d) Giovanni Andrea, n. 1620 c.;

e) Giovanni, n. 1622 c.

f) Giovanni Paolo (m. 1709), sp. Giovanna Margherita (n. 1639 m. 1704), da cui: 1) Alasina, n. 1674 m. 1704; 2) Andrea, n. 1676 m. 1678; 3) Giuseppe m. 1683

 

 

 

D Giovanni Andrea

N. 1620 circa. Sp. Anna Maria. Si trasferisce in Barolo ove testa nel 1684. Dispone che il suo corpo venga inumato nella Parrocchiale di Barolo con le illuminazioni ed elemosine consuete. Lega alla compagnia del Corpus Domini di Barolo, ai “Disciplinati” di Barolo ed agli Ospedali Mauriziani e dispone per la celebrazione di cento Messe in suffragio della sua anima.

1) Caterina sp. Matteo Mascarello di Barolo, dote 10 dicembre 1667; 

2) Antonina, sp. Pietro Minardo

3) Giovanna, sp. Biaggio Scandello

4) Margherita, sp. Lorenzo Bruno

5) Agnesina sp. Bartolomeo Borio, suo cugino, dote 23 gennaio 1683.

 

 

 

C e) Giovanni

N. 1622 c

1) Bartolomeo, n. 1644 m. 1714, sp. Agnesina Borio da cui a) Lucia m. 1675; b) Carlo Antonio m. 1675; c) Francesco m. 1677

2) Giovanni Battista, n. 1647.

 

 

 

D Giovanni Battista

N.1647 m. 1717, sp. Caterina.

1) Giuseppe n.1668 m. 1678

2) Antonino Francesco n.1671 m. 1679

3) Marc’Antonio n.1672 m. 1678

4) Giovanni, m. 1684

5) Giovanni Antonio, m. 1689

6) Giovanni, m. 1690.

 

Ramo di Geronimo di Oddone

 

A Geronimo di Oddone

N. 1520 circa.

a) Giovanni

 

 

 

B Giovanni

N. 1538 circa. Sp. Franceschina

a) Maria, n. 1557

b) Agostino Lorenzo, n. 1563

c) Geronimo, n. 1565 c.

d) Lazzaro, n. 1568

e) Pasqua, n. 1571

 

 

 

 

C Geronimo

N. 1565 c., di Panerole, contrada di Novello verso Monforte. Sp. Margherita

a) Franceschina, n. 1583

a) Giovanni, n. 1585

b) Lucia, n. 1595

c) Domenica, n. 1601

 

 

 

 

B d) Lazzaro

N. 1568, padrino Giovannone Borio, sp. Alasina.

a) Antonio Maria, n. 1591 m. 1681 a 90 anni, qualificato nobile. Sindaco di Novello nel 1640 e 1664, sp. Lucrezia da cui Lazzaro, n. 1630 e Giovanni, n.1634 m. 1663

b) Agostino, n. 1601 da cui Anna Maria m. 1661.

 

D Giovanni detto Giovanni Battista

N. [data illeggibile] 1585 e battezzato con il solo nome di Giovanni. M. 28 luglio 1665 ad 80 anni. Sindaco di Novello nel 1638 e consigliere comunale del 1664 come “Giovanni detto Giovanni Battista”. In alcuni atti di battesimo dei suoi figli viene chiamato Giovanni in altri Giovanni Battista. Suo figlio Carlo Agostino, per esempio, viene battezzato come figlio di “Giovanni Battista” ma viene indicato come figlio di “Giovanni” nel suo atto di matrimonio del 7 febbraio 1675. Sp. forse in seconde nozze Margherita.

a) Geronimo, n. 1631;

b)[?] n. 1636;

c) Carlo, n. 1637

d)Antonio, n. 1639

e) Lucia, n. 1642

f) Carlo Agostino n. 1644

g) Maria, 23 gennaio….

h) Giovanna Maria, 8 febbraio…

i) Maria, 10 giungo…

l) Carlo Agostino, n. 1649

m) Carlo Agostino, n. 1653, madrina Cecilia moglie di Antonio Maria Borio

 

 

 

D d) Antonio

N. 1639. Sp. Dogliani 9 gennaio 1666 la nobile Angelica di Carlo Lorenzo Perotti. Testimoni i nobili Carlo Francesco Sartoris e Pietro Paolo Romana. M. a Dogliani il 23 aprile 1694.

 

Antonio Borio vive tutta la sua vita tra Novello e la confinante Dogliani. Viene sempre qualificato come “Signore” o addirittura “D[ominum]D[ominum] Antonium Borium de Novello”, nel suo atto di matrimonio, pertanto anche quando ancora non si è insediato in Dogliani. Esso infatti appare per la prima volta nelle liste dei Cotizzi di Dogliani nel 1669, mentre al momento del suo matrimonio (1666) risiede ancora in Novello, come si ricava anche dall’atto stesso di matrimonio, nella parte sopra trascritta. Risulta particolarmente facoltoso tanto da acquistare vari immobili in paese, poderi, cascine e altri beni feudali anche confinanti con Novello, dei quali viene infeudato in "feudo nobile, antico, avito e paterno"con patenti del 30 dicembre 1693[7]; è lui, come detto, a consegnare lo stemma avito. Sposa una nobile doglianese di famiglia di primaria importanza[8]. Da tutto questo si può inequivocabilmente ritenere che appartenesse ad una famiglia nobile già in Novello.

 

a) Teresa Bendetta. n. 1666

b) Carlo Alessandro, n. 1670;

c) Maria Maddalena, sp. Molto Illustre Avvocato Luigi Greborio;

d) Laura Margherita, n. 1675;

e) Laura Maria Margherita, n. 1678, padrino Il Marchese di Novello Giovanni Battista del Carretto.

 

 

 

D d) b) Carlo Alessandro

N. 1670 c. Avvocato in Dogliani qualificato negli atti notarili come “Molto Illustre Signore”. Laureato in giurisprudenza presso l’Università di Mondovì il 4 luglio 1693. Officiale della Compagnia dell’Angelo Custode di Dogliani. Sp. I la Nobile Francesca Maria Revelli dei consignori di Torre Uzzone, da Farigliano; II la Nobile Angela Maria Gotti dei conti di Salerano, da Cherasco[9]; III la Nobile Rosa Margherita Gagliardi, dei consignori di Ceva e Signori di Scagnello e S. Michele, da Ceva. Testa a Dogliani il 27 giugno 1735. Dispone che il suo copro venga inumato in tomba propria presso l’altare di S. Giuseppe della parrocchiale di S. Paolo di Dogliani con la celebrazione di ben ottocento (sic!) messe in suffragio dell’anima sua entro l’anno dalla sua morte.

 

Presso l’archivio comunale di Cherasco è conservato un fascicolo processuali di oltre cento pagine, redatto tra il 1730 e 1732, inerente una lite tra Carlo Alessandro ed i fratelli conte Giovanni Francesco (1678-1742) e cavaliere Paolo Maurizio Gotti di Salerano per la restituzione della dote della sua defunta seconda moglie.

 

Dal I

1) Paola Francesca Margherita, n. 1696;

2) Angelica Amedea e Giovanna Francesca, nn. 1698, padrino della prima il conte Ottavio Amedeo Marenco;

3) Angelica Maria, n. 1700;

4) Paola Teresa, n. 1701, sp. Nob. Medico [   ]Vico di Centallo, dei consignori di Montabone

5) Maria Maddalena, Nob. Avv. Serafino Blangini di Ceva

6) Anna Maria

 

Dal III

7) Antonio Maria, erede universale

       

 

 Ramo di Giovenale di Oddone

 

A Giovenale di Oddone

N. 1525 circa. Sp. Margherita

a) Maria, n. 1548 c., sp. 1568 Giovanni di Marcello Dorsiano di Cherasco, matrimonio confermato nel 1569

b) Antonio, n. 1557

c) Eleonora, n. 1559

d) Eleonora, n. 1564, madrina Franceschina Borio

e) Lorenzo, n. 1570, madrina Isabella del Carretto dei signori di Novello

f) Maddalena, n. 1571 illegittima

 

 

 

 

B Antonio

N. 1557. Padrini Bernardino Rubino e Lorenzino Favriti, madrine Bianchina di Dionisio Passoni e Giovannina di Oddone Pira. Sp. Margherita.

a) Maria, n. 1606

b) Giovanni m. 1662 a 55 anni

 

 Altro ramo

 

Giacomo

N. 1560 c. Sp. Maria

a) Giovanni, n. 1587, padrini Annibale Bagnasco di Mondovì e Margherita Ghigliaza

 

 

 

 



[1] Cfr. A. Torre, Elites locali e potere centrale tra Sei e Settecento: problemi di metodo e ipotesi di lavoro sui feudi imperiali delle Langhe, Bollettino della Società per gli Studi Storici, Archeologici ed Artistici della Prov. di Cuneo, n. 89-2° settembre 1983; G. Mola di Nomaglio, op. cit., pag. 104;

[2] E Genta, G. Mola di Nomaglio, M. Rebuffo, A. Scordo, op. cit., pag. 512;

[3] E Genta, G. Mola di Nomaglio, M. Rebuffo, A. Scordo, op. cit., pagg.19-21;

[4] Cfr. AS TO, Sez. I, Langhe, Lettera V, Novello, m. 7, n.8;

[5] A. Manno, op. cit, ad vocem Rostagni (Cuneo);

[6] Gioia di Cherasco, stemma: D'argento, allo scaglione di rosso, accompagnato in capo da due rose, dello stesso, in punta da un uccello (?), d'azzurro (?), con il capo d'azzurro, carico di tre stelle d'oro, ordinate in fascia [Manoscritto Defanti];

[7] AS TO, Patenti Controllo Finanze, “Signor” Antonio Borio 1693 in 1694 fol. 57, paga una tassa per l’infeudazione di Lire 1981 soldi 10, una cifra alquanto ragguardevole, il che significa che l’estensione terriera relativa era significativa;

[8] A. Manno, op. cit., ad vocem Perotti di Dogliani: d’azzurro ad otto pere d’oro: 2.4.2. Consegnamento 1613;

[9] Paolo Francesco Gotti di Cherasco(1650-1710) fu il primo conte di Salerano. Questi era Cav. dei SS. Maurizio e Lazzaro (1669), Senatore e Prefetto di Mondovì (1671), nonché il suocero di Carlo Alessandro Borio. L'8 marzo 1706 ospitò il Duca Vittorio Amedeo II di Savoia nel suo bel palazzo in Cherasco, verosimilmente anche alla presenza del Borio. I Gotti di Salerano si estinsero nel 1786. Il loro palazzo, splenditamente affrescato da Sebastiano Taricco (1641-1710), è ora sede del Museo Civico G. B. Adriani e dell’Archivio Storico Comunale;

 

Capitolo VI FRAMMENTI DI GENEALOGIA DELLA NOBILE FAMIGLIA BORIO di NIELLA TANARO poi in TORINO

Capitolo VI FRAMMENTI DI GENEALOGIA DELLA NOBILE FAMIGLIA BORIO di NIELLA TANARO poi in TORINO

Scacciati i Saraceni, il territorio di Niella, allora compreso nei possedimenti di Bonifacio del Vasto, ricominciò una nuova e prospera vita: rifiorirono l’agricoltura e i commerci, si ricostruirono gli antichi monasteri e se ne fondarono di nuovi. Tra il 1125 ed il 1160 Niella aveva già il suo castello. Con l'atto di divisione delle terre del Marchese Bonifacio (1142) il Castrum Nigella fu compreso nel marchesato di Ceva e di questo seguirà tutte le vicende nei secoli successivi. Nel 1295 Giorgio II detto il nano, lo cedette per metà ad Asti, rimanendo però infeudato; quindi nel 1299 ne investì i figli di Guglielmo III di Ceva. Il dominio dei Marchesi di Ceva continuò per molti anni, fino al 1530 quando Asti lo passò a Catarinetta Spinola e quindi, nel 1532, a Giovanni del Carretto. L’altra metà pervenne nel 1387 a Galeotto e Lodovico del Carretto, e in seguito, nel 1515, a Sebastiano Sauli.

I Borio di Niella, ove ancor oggi una via principale del borgo porta il nome della famiglia, si pensa fossero un ramo di quelli di Novello, vista l’estrema vicinanza dei due borghi e la comune appartenenza di essi ai Del Carretto. Ricoprono almeno sin dalla fine del XVI secolo cariche pubbliche, sono annoverato tra le principali famiglie del borgo e vengono illustrati da esimi esponenti come il Generale Guglielmo Borio e suo figlio Giuseppe Maria, nato nel 1761, che fu Primo Presidente del Senato di Piemonte e Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro; era presenta innanzi a Re Carlo Alberto, nella sala del trono, all’atto di promulgazione dello Statuto. Un secondo figlio, Pietro Alessandro, fu alto ufficiale napoleonico, poi capitano dei Carabinieri nei Cacciatori Italiani, cavaliere dell’Ordine Mauriziano nel 1820 e dell’Ordine Militare di Savoia nel 1816. Un terzo figlio Bartolomeo fu prevosto abate commendatario di S. Pietro di Cherasco dal 1812 al 1835. Felice Bartolomeo fu medico e si laureò a Torino nel 1767. D. Fiorenzo Borio della Niella risulta parroco di Rocca Cigliè nel 1753. Giuseppe Borio, trasferitosi poi a Mondovì, fu preclaro architetto operante nella seconda metà dell’700, da lui probabilmente discese quel Giuseppe Borio, professore di economia e estimo rurale alla Regia Università di Torino vivente nella prima metà dell’800[1]. Probabilmente di Niella fu anche il padre Giovanni Guglielmo Borio, gesuita, Professore di Teologia, S. Scrittura e lingue orientali all’Università di Sassari nell’anno 1768. Dalla "Relazione sulla provincia di Mondovì" dell'Intendente Lazzaro Corvesy del 1753: “Niella.....Li particolari sono tutti dati a lavori di campagna, alla riserva de’ seguenti, che sono le fameglie di miglior riguardo, cioè Sig.ri Medico Giuseppe Bartolomeo Borio. Quattro Notaj Giuseppe e Gioanni Battista padre e figlio Borio, Marco Derossi, Gioanni Pietro Deandreis. Due Speciali che sono li sig.ri Bartolomeo Deandreis, Luca Giacheri. Un Chirurgo qual è il sig. Fiorenzo Benedetti”. E proprio da Niella un ramo nobile si trasferì a Torino agli inizi del’600, la cui genealogia è stata qui di seguito riportata per esteso.

 

L’attestazione di nobiltà dei Borio della Niella la si trova nelle “Patenti Controllo Finanze” depositate presso l’Archivio di Stato di Torino[2] ove appaiono alcuni membri della famiglia Borio infeudati di beni feudali nel territorio di Niella, ossia: il nobile Fiorenzo Borio del fu Guglielmino (1 ottobre 1694) e i Signori medico Giovanni e Guglielmino, cugini Borio (7 ottobre 1694). Tale nobiltà venne confermata quando Pietro Alessandro, Giuseppe e Bartolomeo fratelli Borio vennero ammessi a giurare con i nobili nel 1822, come vedremo. In merito allo stemma di questo ramo, esso risulta molto particolare ed araldicamente molto interessante, del tutto differente dagli altri blasoni conosciuti della Casata; si potrebbe ipotizzare che sia stato assunto per linea femminile.

 

 

Arma: d’oro alla fascia d’azzurro caricata da una freccia posta in fascia di nero ed accompagnata in capo ed in punta rispettivamente da tre fasce diminuite dentate di rosso.

 

 

NOME

CENNI BIOGRAFICI

DISCENDENZA

 

 

 

A Biaggio

Da Niella Tanaro, n. 1570 circa. Procuratore Collegiato presso il Senato di Torino[3]. Sp. Cattarina. Si trasferisce a Torino agli inizi del 1600.

a) Giovan Pietro;

b) Giovanni, sacerdote

 

 

 

B Giovan Pietro

Della Parrocchia di S. Tommaso, poi di S. Dalmazzo di Torino. Testò nel settembre 1652. Nobile Procuratore Collegiato presso il Senato di Torino poi Avvocato Patrimoniale del Principe Tommaso di Savoia. Sp. Nob. Catterina Caula (Cauda?) di Emanuele ed Ottavia[4].

 

a) Giuseppe, sacerdote

b) Biagio Franco, testò il 17 agosto 1657, premorto al padre

c) Angela Maria

d) Michele Angelo

e) Elisabetta (Isabella)

f) Anna Cattarina, sp. Guglielmo Pasterji,  Procuratore Collegiato presso il Senato di Torino.

 

 

B c) Angela Maria

Sposa Nob. Girolamo II Quaglia da Mondovì, banchiere in Torino. Nel 1683 da in pagamento al conte Amoretti una casa nel cantone di S. Agnese, poi passata ai Damiani di Priocca.

 

 

a) Pietro Ottavio, priore, nel1709 hail patronato di S. Maria del Claustro di Mondovì

b) Giovan Angelo, luogotenente del Regimento di Monferrato

c) Gaspare: 1) Carlo Giuseppe, notaio collegiato; 2) Michele Emilio, riceve il patronato di S. Maria del Claustro di Mondovì dallo zio Pietro Ottavio.

 

 

C Michele Angelo

Testò il 12 agosto 1669. Per volontà del Cardinale Mazzarino, tramite il marchese Villa, divenne membro della compagnia dei moschettieri di Monsieur D’Artagnan e venne ammesso alla corte di Re Luigi XIV.  Il 17 aprile 1670 prese a prestito dai banchieri Quaglia (suo cognato) e Tonso lire 2126 per equipaggiarsi a seguito del suo reclutamento. Nel novembre 1669 aveva già preso a prestito lire 146 per acquistare un suntuoso abito da lutto per la morte di Enrichetta Maria di Francia, sorella di Madama Cristina e vedova di Carlo I Stuard. Divenne poi Luogotenente della Guardia Reale del Duca di Savoia. Nel 1712 risulta Luogotenente della Guardia della Porta di Sua Maestà. Sposa Angela Vittoria Berghesio di Albiano[5].

 

a) Tecla Cristina, n. 1701;

b) Anna Adelaide Giuliana, sp. Antonio Angelo Francesco Conti di Savigliano, nipote del Rev. Mo Signor Angelo Francesco Conti, canonico della cattedrale di Saluzzo, da cui: 1) Angela Vittoria, 2) Cecilia Marianna, sp. Ill.mo cav. Maurizio Fontanella, 3) Teresa, sp. Ill.mo signor Antonio Rolla;

c) Cecilia Marianna, sp. Antonio Maria Castilione, notaio collegiato e Podestà di Gassino,

d) Ignazio Amedeo

 

B e) Elisabetta (Isabella)

Morta a Torino S. Dalmazzo a 67 anni il 21 agosto 1712. Sposa il conte Carlo Girolamo Fecia di Cossato (m. Torino, 21 dicembre 1707), già procuratore presso il Senato e poi uditore patrimoniale generale “per servizi resi nelle esazioni” (1672, 25 gennaio; patenti, 84, 54 v). Infeudato di Cossato (Biella) (1680, 14 novembre), investito (1680) col comitato per maschi e femmine. Concessione della facoltà di nominare, in perpetuo, i consoli e sindaci di Candelo (1704, 15 agosto).

a) Ignazio Giambattista (nato Torino, SS. Martiri, 2 marzo 1672); canonico metropolitano di Torino e cavaliere SS. Maurizio e Lazzaro

b) Carlo Giovanni (m. Torino, S. Giovanni, 12 aprile 1723); consigliere di Stato e Senatore (1693, 17 gennaio); uditore generale al di là dei monti; senatore di Nizza ed intendente generale (1715, 25 ottobre). Investito di Cossato (1722, 28 febbraio).

 

 ALTRO RAMO

 

NOME

CENNI BIOGRAFICI

DISCENDENZA

 

 

 

A Guglielmo

N. 1730 c. Brigadiere Generale. Sp. Nob. Scolastica Solari

a) Giuseppe Maria

b) Pietro Alessandro

c) Bartolomeo Giacomo Egidio

 

 

 

A a) Giuseppe Maria

N. 1761. Primo Presidente del Regio Senato di Torino. Dall’8 dicembre 1820 cavaliere dell’Ordine dei S.s. Maurizio e Lazzaro, poi Cavaliere di Gran Croce dal 1840. Ammesso a giurare con i nobili nel 1822.

 

.

 

 

A b) Pietro Alessandro

Capitano de’ Carabinieri del Corpo dei Cacciatori Italiani , Cavalieri dell’Ordine di Savoia e dal 27 gennaio 1820 cavaliere dell’Ordine dei S.s. Maurizio e Lazzaro. Ammesso a giurare con i nobili nel 1822.

 

 

 

 

 

A c)Bartolomeo

Abate commendatario di S. Pietro in Cherasco e cavaliere mauriziano. Ammesso a giurare con i nobili nel 1822.

 



[1] Cfr. V. Bersezio, Giuseppe Borio, Mondovì, tip. F.lli Blengini, 1890;

[2] AS To, Patenti Controllo Finanze, Registro 1694 in 1695 fol 32;

[3] Con un atto di Carlo Emanuele I del 9 settembre 1623, poi confermato da Vittorio Amedeo I il 24 agosto 1633 e da Carlo Emanuele II il 23 marzo 1663, era stato concesso il titolo di "nobile del Sacro Romano Impero" a tutti i procuratori collegiati del Senato di Torino ed ai loro discendenti;

[4] Cfr. A. Torelli, Alberi di famiglie subalpine, ms. presso la Biblioteca del seminario di Torino, vol. IV, genealogia Borio in calce alla genealogia Quaglia;

[5] Cfr. AS To, Insinuazioni Torino, 1670, reg. VII, f. 529 ed altri atti sino all’anno 1728 (Testamento L. 3/1728/carta 665 retro); Storia di Torino, vol. IV, Uomini e poteri nella Torino barocca (1630-1675), a cura di G. Ricuperati, Einaudi, Torino 2002, pp. 96-98;

 

Capitolo VII FRAMMENTI DI GENEALOGIA DELLA NOBILE FAMIGLIA BORIO di VILLANOVA e MONCALIERI

Capitolo VII FRAMMENTI DI GENEALOGIA DELLA NOBILE FAMIGLIA BORIO di VILLANOVA e MONCALIERI

Villanova, sentinella avanzata verso i confini del Ducato di Savoia, e al margine della grande strada Torino - Asti - Genova, fu valido baluardo contro le soldatesche straniere. Nel 1285, per opera di Oddone Biandino, capitano del popolo di Asti, anche Villanova si costituiva a libero Comune, e otteneva giurisdizione su Solbrito, Supponito, Dusino, Monastero, Villanovetta, Brassicarda, Corveglia, Valdichiesa. Il Comune si governava come un piccolo Stato; alla testa stavano alcuni magistrati, detti Consoli, i quali facevano eseguire le leggi, comandavano la milizia, presiedevano i tribunali, coadiuvati da un Podestà. I Consoli erano pure aiutati da un Consiglio di cittadini. Gian Galeazzo Visconti ridusse tutto il dominio visconteo, compresa Asti, nelle sue mani e lo portò alla massima potenza. Già si apprestava ad assoggettare Firenze, quando improvvisamente moriva nel 1402, a soli quarantanove anni. Gian Galeazzo Visconti aveva dato in sposa la figliuola Valentina a Luigi d’Orleans della Casa Reale di Francia, e nel contempo diede in dote alla figlia, il Ducato di Milano, compreso Asti. Luigi d’Orleans prese quindi possesso di Asti, come erede dei Visconti, riordinandone l’amministrazione; ma dopo alterne vicende, il dominio ripassò a Filippo Maria Visconti, figlio di Gian Galeazzo.

A Villanova d’Asti i Borio fiorirono in particolar modo. Il primo di cui si ha traccia è Giovanni, vivente alla fine dell’300, che appare tra i credenzieri che sottoscrissero nel 1408 il giuramento di fedeltà alla Duchessa Valentina Visconti[1]. Questo ramo risultano aver consegnato l’arma durante i consegnamenti del 1614 e 1687. Nell’indice generale sopravvissuto dei consegnamenti si ritrova quanto segue:

 "Indice di sei volumi di consegne d’armi che non esistono in quest’archivio - 1613 = 1687 -Volume unico" - A. St. Riun., Inventari 121”

Indice dell’Arme Esistenti nel 2° Registro Nuovo

Borio di Moncalieri, medico 27 43 v”.

Dagli atti notarili sotto indicati questa famiglia di Moncalieri risulta originaria di Villanova d’Asti, dunque appartenente al medesimo ceppo dell’omonima villanovese. Il Signor medico Giuseppe Andrea (probabilmente di Moncalieri) consegnò l’arma (riconosciuta il 5 febbraio 1614), anche per il fratello Priore Don Ludovico, il 2 agosto 1687.

 

Si riporta per esteso il verbale di consegnamento dei Borio di Villanova:

 

CONSEGNAMENTI D'ARME,LIBRO II

 84v

 Li 2 Agosto 1687

E' comparso Il signor Medico Giuseppe Andrea Borio  tanto à nome proprio, che del signor priore D. Ludouico suo fratello Sodisfacendo &  Presenta le Testimoniali d'admissione d'arma che furono concesse al fù signor medico Antonio Borio di Villanoua In Astegiana luoro Auo paterno dalli signori Delegati In seguito dell'ordine del 1613 d'In datta esse Testimoniali delli cinque febraro 1614 estratte dall'Archiuio Camerale, et sottoscritte Bianchi, la qual arma antichissima di luor Casa, e fameglia (sic) ne hanno sempre essi signori Ricorrenti, li signori luoro Antecessori liberamente usato In ogni occasione et occorrenza

85

Qual Arma è Un scudo in campo d'azurro con una benda (   ) d'argento carica d'un leone negro linguato di rosso(   ). Et per prouare la luoro legitima descendenza dal  predetto proto medico Antonio Borio, presenta parimente le Testimoniali d'attestationi delli 27 dell'hor scorso luglio sottoscritte manualmente dal signor Nodaro gastaldi  da quali si uede come Detti Testimonij hanno dichiarato d'hauer conosciuto Il sudetto signor medico Antonio luoro Auo qual ha lasciato doppo di sè Il fu signor Pietro Borio et esso detto Pietro hà lasciatoi doppo sè li predetti signori Ricorrenti, suoi figlioli Instando & et testimoniali.

 

Dalla lettura del verbale si evince chiaramente che il consegnante Giuseppe Andrea Borio, medico, non risiedeva a Villanova bensì era nipote di un medico Antonio originario di Villanova, ma non viene specificato il suo luogo di residenza. Probabilmente egli risiedeva a Moncalieri, dunque si può desumere che il consegnamento dei Borio di Moncalieri citato nell’indice generale (il cui consegnante risulta medico) potrebbe coincidere con quello dei Borio di Villanova nella persona del detto medico Giuseppe Andrea di Moncalieri. Questo bello stemma appare araldicamente molto arcaico, probabilmente alto medioevale. Addirittura, qualche fantasioso studioso riflette sul fatto che il leone nero lampassato (linguato) di rosso dei Lanza, derivanti dagli aleramici Del Vasto, compaia anche nello stemma dei Borio. In effetti Burio (frazione di Costigliole, come detto, e forse terra madre di tutti i Borio) è paese poco discosto da Agliano, feudo originario dell’aleramico Bonifacio Del Vasto. Il nome Borio, poi, ricorderebbe Boverio, cioè Ottone Boverio, figlio di Bonifacio Del Vasto che per primo ereditò il comitato di Loreto (nel territorio di Costigliole) e lo frazionò in sedicesimi essendo privo di figli maschi. Dato che i figli di Bonifacio scelsero ognuno il suo stemma (es. palato d'oro e di rosso i Busca, bandato d'oro e di rosso i Carretto, ecc) ci si potrebbe chiedere se il leone nero lampassato risalga a Ottone Boverio (Ottone o Oddone, tra l’altro, è nome di famiglia dei Borio di Novello) e da lui sia stato trasmesso a discendenti per via femminile (potrebbe essere questa l'eventuale ipotesi per i Borio) oppure al ramo cadetto dei Busca (Manfredo Lancia, che portava, per l’appunto, come stemma il leone lampassato) che ereditarono parte dei suoi feudi. Fantasie a parte, lo stemma in questione appare sicuramente il più risalente rispetto agli altri citati della famiglia Borio; potrebbe essere, pertanto, lo stemma originario di tutti i rami della casata.

 

Arma: D'azzurro, alla banda d'argento, con il leone di nero, linguato di rosso, attraversante.

[Il leone però potrebbe caricare la sola banda e non l'intero campo].

 

NOME

CENNI BIOGRAFICI

DISCENDENZA

 

 

 

A Giovanni Giacomo

N. 1560 circa.

a) Antonio, n. 1585 circa

 

 

 

B Antonio

N. 1585 circa. Protomedico di Villanova d’Asti abitante in Moncalieri. Consegna l’arma il 5 febbraio 1614. Cfr. AS TO, Insinuazioni: l. 1/1611/CARTA 146 “Quietanza di Domenico Mombello a Antonio Borio” dicembre 1610; L. X/1617/carta 377 “Cessione d’Antonio Borio da Giulio Cesare Panicera, con remissione ad Emilia Panicera e figli Panicera” luglio 1617.

a) Giovanni Giacomo, esattore del Comune per l’anno 1644;

b) Pietro.

 

 

 

C) Pietro

N. 1615 circa.

a) Giuseppe Andrea, n. 1640 circa, medico, consegna l’arma anche a nome del fratello il 2 agosto 1687;

b)D. Ludovico, n. 1642 circa, Priore.

 

 

 

 

Molto Magnifico Signor Aurelio Borio di Villanova, sergente maggiore nella città di Alba[2].

 

 
Stemma tratto da www.blasonariosubalpino.it a cura del Dott. Federico Bona, che si ringrazia


 

[1] Cfr. Statuti Comunali di Villanova d’Asti a cura di Pietro Savio, Città del Vaticano 1934, p. 163;

[2] AS TO, Patenti Controllo Finanze, “Molto diletto e fedele” Aurelio Borio Registro 1634 in 1635 fol. 70; AS TO 1647 ottobre 26: Borio "...Constanza Maria sposa Giorgio Tizzona Co: di Desana in Aurelio Borrio"  L. 10/1647/carta 145 "Procura a favore dell'Ill.ma ed Ecc.ma Sig.ra Contessa di Desana Marchesa di Robbi";

DIVERTIMENTO ARALDICO a dimostrazione della discendenza dell’autore da Casa Savoia

DIVERTIMENTO ARALDICO a dimostrazione della discendenza dell’autore da Casa Savoia

CONTE AMEDEO II DI SAVOIA (1046-1080) sp. Giovanna di Ginevra

I

Costanza, sp. Ottone II MARCHESE del MONFERRATO (m. 1084)

I

Guglielmo IV (1030-1100), sp. Otta di Agliè

I

Ranieri I (1075-1137), sp. Gisella di Borgogna ved. di Umberto II di Savoia

I

Guglielmo V (1100-1191), sp. Giuditta di Babenberg

I

Beatrice, sp. Enrico del Vasto, MARCHESE del CARRETTO

I

Ottone (1170-1240)

I

Ugo (viv. 1217)

I

Manfredo

I

Albertino (viv. 1315), sp. Triburzia Fieschi

I

Franceschino (viv. 1313), sp. Valentina di Barnaba Doria

I

Tiburzia, sp. Alessandro ASINARI conte di COSTIGLIOLE (m. ante 1341)

I

Secondino I, sp. Ruffinetta

I

Antonio I (m. ante 1387)

I

Alessandro II (m. 1442)

I

Antonio II (m. post 1476)

I

Alessandro III (viv. 1474)

I

Gilardino (m. ante 1533), sp. Alasia Grisella

I

Girolamo (m. 1574/76), sp. Lucia Asinari di Michele

I

Giovanni Aurelio (m. 1622), sp. Antonia Cacherano d'Osasco

I

Michele (m. 1620), sp. Camilla Griffi di Milano

I

Eleonoro (1563-1631), sp. Capitano Giovanni BORIO nobile di COSTIGLIOLE

(1560c.- testa 1599)

I

Secondo (1585c)

I

Giovanni (1605c) sp. Margherita Cerrato di Tigliole

I

Giovanni Antonio (1635-1686), sp. Anna Maria Carbonesi di Novello

I

Giovenale (1673-1746), sp. Angela Giachetto di Rivoli

I

Ignazio Maria (1703-1750), sp. Anna Margherita Gambarova di Biella

I

Pietro Antonio (1732-1798), sp. Francesca Teresa Gattinara di Biella

I

Emanuele Andrea Maria Candido (n. 1764), sp. Margherita dei Fiori di Pinarolo

I

Gaetano (1814-1861), sp. Maria Giustina Provezza di Orzinuovi

I

Giacomo (1858-1921), sp. Maria Lupezza di Orzinuovi

I

Mario Gaetano (1901-1944), sp. Ercolina Sistina Maffeis di Orzinuovi

I

Giacomo (1937), sp. Giuliana Fausta Benedetti di Pompiano

I

Andrea (1969) e Roberto (1972)